LE "RADIOSE GIORNATE" DELLA PRIMAVERA DEL  '45                                               


 
 
è uscito
il libro
 
IL MALE ASSOLUTO 
Serie - ragazzi: presente
 
di LILIANA PEIRANO
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da  
IL MALE ASSOLUTO 
Serie - ragazzi: presente di Liliana Peirano

Cenni storici sulle formazioni "Garibaldi" in Provincia di Cuneo 
Il popolo degli inermi: civili uccisi dai partigiani della "Garibaldi" 
Nelle sentenze civili,penali e partigiane 
Divisione Alpina Monterosa:Ten Adriano Adami, un eroe dimenticato 
 
 

*** 

Ed ora torniamo sulle Alpi del Nord-Ovest Piemontese, e precisamente in Valle Po’ dove nasce il nostro più grande fiume che dal Monviso si dipana attraverso tutta la pianura padana fino a sfociare nel mare Adriatico. Ed è qui, in valle Po’, che prendono vita le Formazioni Garibaldi. 
Non scrivo la storia delle Formazioni "Garibaldi" che lascio agli storici di professione, i quali in questi sessant’anni hanno trattato l’argomento in modo generico il cui contenuto ha lasciato un niente di detto, tranne in pochi onesti libri. 
Mi limito esclusivamente ad elencare le loro principali leggi e nemmeno mi soffermo sulle diverse Divisioni e sulle centinaia e centinaia di Brigate e distaccamenti che cambiano numero e nome a seconda degli avvicendamenti continui dei capi. 
Il fondatore è Pompeo Colajanni il quale dirà a Modica, molto prima dell’otto settembre: 
"Le vedi quelle montagne, fra poco saranno piene di veri Italiani" Questa è una frase che detta prima dell’otto settembre, invita a porci molte domande. 



POMPEO COLAJANNI (nome di battaglia NICOLA BARBATO) 

Pompeo Colaianni nato a Caltanisetta il 4.01.1906 
Morto a Palermo l’8.12.1987 

Pompeo Colajanni nato a Caltanisetta il 4 gennaio 1906, dopo la laurea in giurisprudenza è chiamato alle armi nei cavalleggeri di Palermo dove esplica un’attiva propaganda antifascista e comunista. 
Viene accusato di attività sovversiva, ma l’accusa non ha seguito. Con il grado di tenente frequenta la scuola di motorizzazione di mezzi corazzati a Roma dove continua indisturbato l’opera di proselitismo comunista. 
Passa alla scuola di cavalleria corazzata di Pinerolo. 
Dopo l’otto settembre 1943 diventa il Comandante carismatico delle formazioni "Garibaldi" con sede sul monte Bracco, nelle vicinanze di Barge, in Valle Po’, Cuneo. 
Dopo la liberazione è nominato sottosegretario al Ministero della Guerra. Infine Deputato all’Assemblea Regionale siciliana e segretario delle Federazioni provinciali Comuniste di Enna e Palermo. 
Muore a Palermo l’otto dicembre 1987. 
 
 
 
 



BREVI CENNI SULLE FORMAZIONI "GARIBALDI" 


Pompeo Colajanni, conosciuto esclusivamente con il nome di battaglia Nicola Barbato, fu Comandante indiscusso delle Formazioni "Garibaldi" nate dopo l’otto settembre 1943 con sede di comando sul Monte Bracco, nelle vicinanze di Barge (Valle Po’, Cuneo). 
Le formazioni "Garibaldi", sui libri di storia e di memorialistica di pochi comandanti, danno una sensazione di non essere né organizzate, né ben armate, ad una più attenta documentazione ci si rende conto che la loro formazione è molto particolare e di stampo bolscevico e opera efficacemente in una zona fertile quale il settore operaio dove lo scontento è più accentuato e quindi la massa più ricettiva è più facilmente plasmabile. 
Non altrettanto si può dire degli abitanti della montagna e della campagna, i quali portano avanti il loro lavoro con fatica e nei tempi tipici delle colture e degli allevamenti, con il sistema ereditato dai progenitori, unico possibile; lontani e indifferenti alle questioni politiche, ma attenti ai frutti della sopravvivenza. 
Il "credo" delle Formazioni "Garibaldi" fa comunque proseliti e si estende a macchia d’olio. Dalla Valle Po’, dove le radici resteranno salde, si dilata a tutta la Val Varaita e oltre, nel Basso Monferrato e nelle Langhe, lungo le colline Torinesi e la cintura di Torino, comprendendo in seguito tutto il Piemonte. 
Il capo storico rimane sempre Nicola Barbato. 

Il sistema organizzativo è imposto con un certo rigore. L’avvicendamento dei comandi a volte diventa necessario, si tratta comunque sempre di un Comandante affiancato da un Commissario politico il cui compito consiste nell’impartire la disciplina e dare una formazione politica particolarmente curata. Vedremo in seguito che sarà un vero e proprio indottrinamento. 
Il servizio logistico provvede all’approvvigionamento viveri, gli addetti si occupano di requisire, specie in pianura, ogni genere di sussistenza. Lo affianca un servizio sanitario. 
Nei pressi di Barge Pompeo Colajanni assume il nome di Nicola Barbato. Attorno a lui arrivano intanto da Torino i militanti comunisti: Gian Carlo Pajetta, Antonio Giolitti, Francesco Leone, Ludovico Geimonat e comunisti veri e credenti come Gustavo Comollo (Pietro, nome con il quale verrà ricordato), Ettore Carando, ecc. 
La prima formazione prende il nome di "Battaglione Pisacane" 
"I comunisti piemontesi non intendevano rinunciare a esercitare una sorta di egemonia ideologica pur essendo consapevoli del fatto che sui militari Barbato aveva un forte ascendente." Barbato infatti non era, secondo il loro credo, completamente allineato. 



Espansione della "Garibaldi" in Val Varaita 

Nella vicina Val Varaita si effettua l’espansione immediata delle formazioni Garibaldi (alcuni nomi di Comandanti) Ernesto e Mario Casavecchia, F.lli Balestreri, Mario Morbiducci (Medici), l’equadoriano Eduardo Zamacois (Zama) paracadutato con lo specifico compito di promuovere e insegnare la tecnica della guerriglia. 
Gli ordini emanati dal Comando non lasciano dubbi sul carattere da imprimere alla lotta: 
-attaccare in tutti i modi e annientare, ufficiali, soldati, materiale, depositi delle forze armate Hitleriane; 
-attaccare in tutti i modi e annientare le persone, le sedi, le proprietà dei traditori fascisti e di quanti collaborano con l’occupante tedesco; 
-attaccare in tutti i modi e distruggere la produzione di guerra destinata ai tedeschi, le vie e i mezzi di comunicazione. 

Voglio puntualizzare le disposizioni della lettera B) che per la "Garibaldi" resterà la norma più attiva ed importante: "attaccare in tutti i modi le persone, le sedi, le proprietà dei traditori fascisti." Ciò significa che non c’è da stupirsi se si trovano, a volte, case bruciate, materiale asportato e proprietà distrutte, senza poterne dare paternità, se non, naturalmente,alla parte avversaria. 

In questa caotica guerriglia, la principale palude di sabbie mobili è data, dall’abitudine assunta dai partigiani di indossare, nelle loro azioni, divise tedesche e repubblicane e in seguito, divise da alpini della divisione Monterosa. Questo sistema mentre agevola le loro mosse nell’assalire posti di blocco repubblicani e prelevare interi presidi, porta enorme confusione nella memoria della gente e allo studioso il quale non sa più a chi attribuire le azioni delittuose che si moltiplicano nelle valli, sempre sotto le vesti repubblicane e tedesche. 
Queste pattuglie, chiamate "Le volanti", di cui i partigiani vanno orgogliosi, sono composte di 6 o 12-15 uomini secondo la necessità del momento. 

Dei molti prigionieri fatti durante le azioni di disturbo, non se ne parla. 
Nomi non se ne fanno, sappiamo per esperienza che i prigionieri militari non vengono tenuti se non sono merce pregiata, cioè Ufficiali per scambi, essendo di intralcio negli spostamenti e per il vettovagliamento. 
Il fatto che i prigionieri vengano eliminati appena catturati o prima dei trasferimenti, è legge partigiana, non solo della "Garibaldi" ma di tutte le Formazioni (Matteotti, Giustizia e Libertà, Autonomi e minori). 
Altro sistema di depistare sul numero dei catturati e uccisi, è quello operato dalle formazioni partigiane, nessuna esclusa, di togliere ogni identità all’ucciso, non solo privandolo dei documenti e degli abiti, ma anche deturpandone il corpo, tanto da renderlo irriconoscibile, ed infine rendere il corpo introvabile. Così facendo hanno creduto di asservire e zittire maggiormente le persone e hanno ottenuto l’effetto contrario; una giusta rivolta nei fratelli, figli e nipoti. 


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UN GRANELLO DI VERITA’ 

La storia resistenziale, scritta per sessant’anni, ci ha permesso di conoscere la facciata della storia. 
Mi spiego meglio, è come se prendessimo in mano un giornale: titoli, retorica, apologia, nomi; giriamo la pagina con curiosità per conoscere ciò che è avvenuto e troviamo il vuoto; il giornale non c’è, inizia e finisce con quella copertina lasciando ovviamente un senso di frustrazione per qualche cosa che non è stata completata, della quale sono state scritte le premesse poi più niente. 
E allora facciamo conoscere quello che c’è oltre la facciata. 
Mi limito ad una veloce carrellata di fatti successi sotto la dominazione delle Formazioni Garibaldi in val Po, val Varaita, Alta Langa, per finire con il Basso Monferrato. 
Non sono azioni militari, ma esclusivamente azioni perpetrate sui civili. 
La documentazione proviene da bollettini parrocchiali, registri dei Comuni, sentenze partigiane e sentenze dei Tribunali civili e penali consultabili negli archivi. 

I nomi degli uccisi civili reperiti sono una minima parte degli effettivamente uccisi in quella ridotta area della Provincia di Cuneo, da me trattata. Ciò nonostante ne elenco un numero limitato tra quelli in mio possesso per non ridurre il libro ad un normale elenco di caduti. 
Le cause della morte dei civili sono tra le più disparate, anche se nelle sentenze partigiane il motivo è sempre di: "spia" per le donne – "grassatore, ladro e spia" per gli uomini. 
Il motivo vero può andare da una banale controversia per la vendita di prodotti alimentari, rifiuto da parte dei contadini di cedere il loro bestiame, una parola di troppo detta, che prima come amico e vicino di casa, poteva essere tranquillamente pronunciata e che ora, con un’arma in mano e con licenza di uccidere, diventa causa di morte. 
La causa più frequente è: di avere un parente tra i repubblicani o continuare a credere in ciò che si è sempre creduto fino a quel momento. Altre volte è il semplice fatto di condurre una vita più agiata nella comunità.Si arriva così alla lotta contro la proprietà privata che porta alla legge comunista sull’equiparazione di classe. 
Il fatto di essere uno sfollato è già di per sé una qualifica di maggior ricchezza. Il livellamento sociale nelle Langhe ha inizio come insegnamento fin dai primi mesi del 1944. Ci fu un tentativo di iniziare l’indottrinamento nelle scuole e in mezzo ai giovani, ma il progetto non sortì nessun effetto a causa delle restrizioni e degli obblighi a cui questa gioventù avrebbe dovuta essere sottoposta. 
Bruciare le case e uccidere i sacerdoti, anche questo era nella loro politica, perché il bolscevismo non era misericordioso con la Chiesa, che era la seconda autorità dello Stato, a meno che i suoi Preti dimostrassero accondiscendenza e partecipazione, come per la maggioranza, veramente avvenne. 
I partigiani venivano sovvenzionati dalle banche e dalle fabbriche del cuneese per accordi intervenuti. Faccio alcuni esempi, Cartiera Burgo, Azienda casearia Locatelli, Azienda casearia Rigat e infine dalle grandi cascine di pianura. 


***  


PARTIGIANI UCCISI DA ALTRI PARTIGIANI 

GIORDANENGO MICHELE ucciso a VENASCA DICEMBRE 1943 
Nato a Torre San Giorgio 9.9.1916 infermiere 
Partigiano ucciso dal Comandante Longoni della Brigata "Garibaldi" senza motivazione 
Nello stesso giorno viene ucciso: 
GOTTERO CARLO ucciso a VENASCA DICEMBRE 1943 
Nato a Saluzzo 3.9.1919 
Partigiano ucciso dal Comandante Longoni della Brigata "Garibaldi" senza motivazione 

CUCCHIETTI BERNARDO ucciso a VENASCA 17.01.1944 
Nato a Costigliole Saluzzo 3.01.1916 ivi residente Nome di battaglia "Menelik " 
Facente parte della 4° Armata Capo di un Gruppo di 15 partigiani. 
Ucciso dal Comandante Casavecchia della 15° Brigata "Garibaldi" con l’accusa di ruberie. 
Non si è saputo niente riguardo ai 15 uomini appartenenti alla sua banda. 

PITTAVINO MARIO ucciso a ENVIE 30.01.1944 
Nato a Bra di anni diciotto 
Residente a Torino, Professione operaio 
Appartennte a una formazione della "Garibaldi" e ucciso in frazione Occa di Envie, da appartenenti alla stessa Brigata. 

FENOCCHIO GIOACHINO ucciso a TREZZO TINELLA 31.01.1944 
Nato a Trezzo Tinella il 9.03.1923, partigiano delC.V.L Matteotti, Div Cuneense 21 Brigata 
PATETTA LUIGI ucciso a TREZZO TINELLA 31.01. 1944 
Nato a Trezzo Tinella 31.08.1924 



Sentenza Penale n. 10 della Corte di Assise di Cuneo 

Contro GRASSO LORENZO (RENZO) 
Nato il 7,05,1925 a Serravalle Langhe residente a Ponticello d’Alba 
Libero –Presente 
Contro CARLE PIETRO 
nato a Lucerna S.Giovanni 1.06.1912 residente a Santo Stefano Belbo 
Libero – Presente 
Contro AVERAME GIULIO 
Nato il 22.05.1925 a SERO D’asti e residente a Vercelli 
Libero – presente 

Accusati del duplice delitto per aver verso le ore 15 del 30 gennaio 1944 in località Cimitero Nuovo di Trezzo Tinella ed in concorso tra di loro e di altri circa venti, aver cagionato mediante colpi di arma da fuoco la morte dei giovani FENOCCHIO GIOACHINO nato a Trezzo Tinella 9.03.1923 e PATETTA LUIGI nato a Trezzo Tinella 31.08.1924 entrambi partigiani della CVL "Matteotti". 
Attirati con l’inganno presso il cimitero di Trezzo Tinella venivano circondati e fatti segno di colpi di arma da fuoco da circa dieci metri di distanza uccidendoli immediatamente. 
Per sottrarre le armi esistenti sugli uccisi, del portafoglio e di altri oggetti personali a questi ultimi appartenenti. 
Il processo termina con la seguente sentenza: 
Come da richiesta del P:G: dichiararsi operazioni di guerra non punibili a termine delle leggi comuni a senso e per disposto dell’articolo della legge 12 aprile 1945 n.194 in quanto compiuto da patrioti ai fini della guerra di liberazione 




LO RUSSO NICOLA (detto ZUCCA) ucciso a BARGE 00/04/44 

Nato a Ravenna (manca la data nascita) 
Ex Comandante nelle Langhe 
Processato al Montoso, condannato a morte per alto tradimento alle nostre formazioni, giustiziato e seppellito alla Base Polifemo, prati Vallini Barge. (sentenza partigiana) 

Petralia descrive il processo: 
Il prigioniero Zucca, Comandante partigiano della Garibaldi delle Langhe processato per alto tradimento. Il Tribunale è composto: Dal Comandante Barbato (Colaianni) presidente, i Commissari Pietro e Carlo, i Comandanti Petralia e Milan più sei garibaldini estratti a sorte. 
Barbato illustra i motivi per cui si deve giudicare il Comandante, il Commissario politico Mazzini ricordò con fermezza il passato quale militante del PCI e come tale doveva essere di esempio per tutti i compagni. Catturato dai nazisti, non aveva avuto il coraggio di far catturare i suoi accompagnatori e vigliaccamente aveva proseguito il viaggio attraverso le Langhe. Mazzini chiede la pena capitale facendo presente che questa dovrà essere di esempio per chi tradisce i propri compagni e gli ideali per i quali combattono. 
Parla il Prof. Dario per la difesa: ricorda alcuni meriti di Zucca, facendo presente che, semplice parrucchiere, per la sua attività di comunista tra la popolazione operaia della Barriera di Nizza, era stato rinchiuso nelle carceri nuove di Torino. La mattina del 26 luglio 1943 aveva collaborato alla liberazione dei detenuti politici, tra cui Edoardo Zamacois, paracadutista inglese. 
Arruolatosi nelle formazioni Garibaldine sul Monte Bracco, durante la permanenza a Barge contribuì validamente alla formazione di piccoli nuclei delle formazioni Garibaldi mostrando buone capacità organizzative. 
Il Comandante Barbato, avendo necessità di allargare il raggio d’azione delle formazioni Garibaldi decise di mandare il compagno Zucca ad organizzare una formazione partigiana nelle Langhe. La missione in un primo momento risultò positiva, ma quando i partigiani aumentano di numero, raggiungendo centinaia di uomini, incominciano le prime lamentele, il suo Comando incominciò a dare segni di debolezza e incompetenza. 
Il Comandante Barbato è costretto a mandare nelle Langhe un gruppo di uomini di provata capacità organizzativa con a capo il Comandante Nanni. Evidentemente il compito affidatogli è al disopra delle sue capacità. 
Non avendo una solida preparazione organizzativa, cadendo in mano nemica, cede la lusinga dei nazisti tradendo i propri compagni. 
La difesa chiede che la richiesta di pena di morte venga tramutata in pena meno severa. 
Al termine delle requisitorie gli undici giurati si riunirono e la discussione fu animatissima, non essendo concordi nella pena, il presidente Barbato prese la parola e fece presnte che questa condanna doveva essere di esempio e di ammonimento per tutti i partigiani. 
All’unanimità la giuria decide per la pena di morte mediante fucilazione. 
Il Tribunale si riunisce al completo, un membro della giuria estratto a sorte, con voce emozionata, legge la sentenza: "l’imputato è stato giudicato colpevole di alto tradimento ed è condannato alla pena capitale." 
Zucca, che aveva seguito tutto il processo con aria triste e rassegnata, alla lettura della sentenza, si copre la faccia e si accascia su se stesso. 
Il Comandante Barbato resta con lui e per una decina di minuti gli parla. Da questo colloquio esce uno Zucca completamente trasformato. Ha lo sguardo fiero, pronto ad affrontare la sua fine a testa alta. 
Milan è incaricato di formare il plotone di esecuzione, sono scelti 12 Garibaldini del distaccamento Comando che armati di sei fucili caricati a salve e sei con pallottole. Prelevano il prigioniero dalla baita e si avviano al campo di esecuzione. 
 

*** 


VAL PO’ 

CIVILI UCCISI DAI PARTIGIANI DELLA "GARIBALDI" 



OSELLA ANNA uccisa a BAGNOLO 27.6.44 
Casalinga, nata a Carmagnola il 14.09.1887, processata e giustiziata il 27.06.1944 con Gaviorno Mario con il quale viveva, legalmente separata dal marito. 
Motivazione, rea confessa di spionaggio a danno dei partigiani: "Aiutava in continuità il Gaviorno nel suo sporco mestiere". 
La squadra di polizia della 4° Brigata d’assalto Garibaldi "Cuneo", dietro segnalazione del Comando Brigata, la preleva nella casa di via Bagnolo 20 in Barge, dove era sfollata da Torino e dove viveva con Gaviorno Mario. 
GAVIORNO MARIO ucciso a BAGNOLO 27.6.44 
Nato a Torino il 30.05.1887, professione commerciante, residente a Torino, sfollato a Barge in via Bagnolo 20. 
Processato il 27.06.1944. 
In possesso di regolare Tessera del COM. Tedesco di Torino, reo confesso di spionaggio a carico di partigiani. 
I due individui, rei confessi entrambi, venivano fucilati alle ore 16,25 del giorno stesso. In punto mortis il Gaviorno accusava di spionaggio il Comm. Falco Giuseppe, abitante a Torino e la di lui figlia Mirella Falco, piccoletta, ventenne, bruna, la quale veniva arrestata in Bagnolo per essere posta sotto istruttoria. Vengono eliminati in località Pian Cravè di Bagnolo. 



CALLERI DI SALA DIONIGI ucciso a CRISSOLO 1.07.1944 
Nato a Torino 12.04.1890 ivi residente 
Professione: benestante, i partigiani della Brigata "Garibaldi" sequestrano il Conte Calleri di Sala, il quale verrà ucciso alcuni giorni dopo. 
La salma viene recuperata nel 1945 come da verbale del Sindaco: 
"Il sottoscritto Enrico Meirone, sindaco ed Ufficiale di Stato civile del Comune di Crissolo, con l’intervento del Dott. Gallo Domenico, medico condotto ed ufficiale sanitario, mi sono recato il giorno 2 luglio 1945 alle ore 5 in regione "Grangie Blun "del Comune di Crissolo dove l’estate scorsa era stato ucciso Calleri Pier Dionigi di Sala dai Patrioti della IV Brigata Garibaldi. 
Scoperto un po’ di terra rinvenni un cadavere di sesso mascolino della apparente età di anni 54 in posizione supina colle braccia incrociate sul petto. Il Cadavere si trovava in stato di saponificazione. La morte risale ad un anno fa e venne causata da colpi di arma da fuoco alla testa ed al torace. 
Dai testimoni oculari che hanno presenziato anche alla sua morte, il cadavere corrisponde alla persona del signor Pier Dionigi Calleri di Sala fu Federico e fu Clelia Pinelli, nato a Torino il 12 aprile 1890 ed ivi residente di professione dottore in legge. 
La salma venne messa in una cassa trasportata al cimitero di Crissolo ed ivi inumata. 



FALCO MIRELLA 
Figlia del commendator Falco Giuseppe, venne arrestata dalla 4° Brigata Garibaldi, nel mese di giugno 1944, in Bagnolo dove era sfollata da Torino,il corpo non fu mai ritrovato. 

Lettera al Comitato di Liberazione Nazionale e al Sig Falco Giuseppe dalla 
IV Brigata Garibaldi "CUNEO" – Comando: 

Mirella Falco interrogata dichiarava che Falco Giuseppe invitato da una lettera a Torino dove attualmente si trovava, avrebbe potuto portare prove della sua e della di Lui innocenza. 
La Mirella Falco, invitata da questo Comando, spontaneamente, scriveva al Falco una lettera invitandolo a venire alla "Base del Montoso" a dare ampie spiegazioni. Il Falco non si presentava all’invito rivoltogli. Questo non poteva che aumentare i sospetti a suo carico. Ciò nonostante questo Comando, non avendo tutte le prove e gli elementi a carico di Mirella Falco, non procedeva a suo carico, in attesa di svolgere ampie indagini. 
La Falco veniva assegnata come infermiera in un ospedale di Fortuna. Durante un forte rastrellamento in Val Varaita passava in Francia con i reparti ove veniva lasciata in consegna alle autorità francesi di Guillestre come persona sospetta, essendo assai grave la situazione venutasi a creare sul versante alpino italiano e non essendo consigliabile nè umano trascinarsi dietro una donna, che era stata gravemente ammalata, attraverso faticosissime marce. Quanto sopra per chiarire al Comitato Liberazione di Torino e allo stesso Falco la situazione passata e attuale di Mirella Falco. Firmato: IL COMANDANTE Petralia 



BELTRAMO LUCIA di anni 21 uccisa a BARGE 18.3.1945 
Nata a Barge 19.07.1923, ivi residente, domestica 
RE CATERINA di anni 22 uccisa a BARGE 18.03.1945 
Nata a Barge 19,05,1923, ivi residente, casalinga 
Sono morte alle ore 23 e minuti zero del giorno 18 del mese di marzo uccise da elementi della 4° Brigata "Garibaldi ". 



Sentenza Corte di Assise di Cuneo n. 12 /52 
contro Martino Eligio nato il 29.06.1924 ad Envie e Abbio Mario nato il 2.11.1926 a Virle(TO) residente a Pinerolo della Corte di Assise di Cuneo del 24.11.1953. 

In data 29 novembre 1945, Beltramo Maria chiedeva che venissero identificati e puniti gli assassini della sua figlia ventunenne Lucia, catturata nella notte dal 18 al 19 marzo 1945 dai partigiani ed uccisa nella stessa notte e seppellita nei pressi del cimitero di Barge dopo essere stata derubata del portafoglio con una somma imprecisata e delle scarpe. 
Con altro esposto in pari data Re Margherita chiedeva che venissero identificati e puniti gli assassini della propria figlia ventunenne Rina, catturata e uccisa nella stessa notte dagli stessi partigiani che avevano catturato Lucia e anche essa seppellita dai suoi uccisori nei pressi del Cimitero dopo essere stata derubata di un borsellino contenente una somma di denaro non precisato, di un orologio da polso, di un paio di scarpe nuove e di altri oggetti di poco valore. 
Le indagini della polizia giudiziaria identificavano gli autori delle uccisioni negli ex partigiani Martino Eligio e Abbio Mario. 
In sede di istruttoria i due imputati affermavano di avere, in concorso con un loro compagno non identificato, ucciso le due ragazze dopo aver preparato la fossa per seppellirle, ma dichiararono entrambi di aver agito su ordine del Comandante partigiano "Moretta" (Broccardo Carlo) ricevuto verso le ore 15,30 dello stesso giorno impartito, oltre che dal Moretta, anche dal Vice Comandante certo Martinelli. 
Andando avanti nel processo, circa le accuse di spionaggio a carico delle vittime, si accertava che la loro condotta aveva dato luogo a qualche sospetto e che solo dopo la fucilazione, il Comando partigiano riconosciuta la loro innocenza aveva deprecato il fatto con un pubblico manifesto e aveva consegnato un piccolo indennizzo alle famiglie delle due vittime innocenti. 
Il rappresentante del C.N.L. clandestino Cogo Giovanni, il parroco partigiano di Barge Don Agnese Antonio e i due Comandanti partigiani Comollo (Pietro) Gustavo e Berardinone Enrico confermavano che effettivamente l’uccisione delle ragazze era dovuta ad un errore causato in parte dalla condotta delle ragazze stesse e dalla precipitazione del Moretta(Broccardo Carlo) 
Proseguendo l’istruttoria: Consoli Giuseppe (Catania) accennava a sospetti nella Beltramo per presunte sue relazioni con i fascisti. Il Boasso Libero specificava che il 18 marzo aveva avuto un colloquio con il Moretta il quale aveva detto che avrebbe mandato dei partigiani vestiti in divisa di Alpini della Monterosa ad arrestare le due ragazze accusate, una di rapporti con i nazifascisti e l’altra di adescamento di partigiani. I tre partigiani inviati, non conoscevano il posto, e il Moretta aveva incaricato il Catania di accompagnarli. 
Con requisitoria del 15 giugno del 1951, il P.G. chiedeva il rinvio a giudizio del Martino, dell’Abbio e del Colleoni. L’anno successivo il G.I. dichiara di non doversi procedere nei confronti del Colleoni.I due partigiani ammettevano di aver derubate le due ragazze, ma attribuivano l’iniziativa al Comandante "Moretta" Costui interrogato dai carabinieri in un ospedale di Torino, dove era degente, e dove poi decedette, negava recisamente di aver dato l’ ordine di prelevare e fucilare le due ragazze. Sostenendo di aver avuto notizie del fatto a fucilazione avvenuta.. 
Il processo continua fino alla sentenza del 26 marzo 1953 con l’assoluzione degli imputati. 


Comune di Barge 
Ufficio di Stato Civile 
Alle ore 23 e minuti zero del giorno diciotto del mese di marzo 1945 in località Combe in seguito a ferite di armi da fuoco è morta BELTRAMO LUCIA di anni 21, uccisa dai partigiani della Brigata Garibaldi, nata e residente a Barge, figlia di Tommaso e di Beltrando Maria, nubile. 
 



*** 


VAL VARAITA 

CIVILI UCCISI DA PARTIGIANI DELLA "GARIBALDI" 



GALLINI DANTE ucciso a SAMPEJRE 26.06.1944 
Nato a Milano di anni trenta 
Con lui viene uccisa nella stessa data e luogo la fidanza 
CHIAPELLI ROSA 
Nata a Costigliole Saluzzo di anni ventisei 
Il giorno dopo viene catturato il padre della Chiapelli Rosa: 
CHIAPELLI MARIO 
Nato a Torino di anni sessantadue ucciso lo stesso giorno della cattura 

Sentenza penale della Corte d’Assise di Cuneo del giugno 1949 
La sentenza penale è intentata da Gallini Angelo residente in Annicco (Cremona) nel giugno 1949 contro: 
Zappata Eduardo detto "Zama" nato a Guajaquil (Equador) il 2 maggio 1918, residente a Lima (Perù) Contumace 
Monge Carlo nato il 29.6.1917 a Rossana e residente a Piasco 
Barra Mario nato a Manta il 25.09.1916 ivi residente. 

Il denunciante denunciava alcuni elementi partigiani già di stanza in paesi della Val Varaita responsabili della cattura e della soppressione di sua figlio Gallini Dante risalenti al giugno 1944, il quale dopo lo scioglimento dell’esercito nel quale prestava servizio nella zona di Val Varaita e dopo un periodo trascorso presso i famigliari era ritornato in Val Varaita dove si trovata la fidanzata Chiappelli Rosa, conosciuta in precedenza durante il servizio militare nella zona. 

Bagnis Margherita riferiva all’inquirente che il giorno stesso della cattura la figlia Rosa Chiapelli e il fidanzato Dante Gallini si erano recati da Costigliole a Melle in bicicletta, e, dopo aver pranzato in casa di Fino Maddalena (circostanza da costei confermata), verso le 14 erano ripartiti verso Costigliole, dove nei pressi del ponte di Valcurta erano stati catturati da elementi partigiani della Brigata Garibaldi che stazionavano a bordo di un autocarro, per controllare il transito dei civili. 
La mamma aveva appreso successivamente che tra i partigiani che avevano catturato la figlia, vi erano certi Razè Carlo, Malausa Ferdinando ed Isacco Levi. La squadra volante era composta di undici uomini che aveva consegnato i fermati al Comando partigiano in Sampejre. 
La sera stessa il padre della ragazza Avv. Gallini Carlo, informato, si apprestava a raggiungere Sampejre per rintracciare la figlia e veniva catturato a sua volta da due partigiani. 
Veniva soppresso lo stesso giorno dal partigiano Molotov in Isasca. 
La figlia Chiapelli Rosa e Gallini Dante venivano portati nei boschi in quel di Sampejre e soppressi due giorni dopo,dal partigiano Ferrero Domenico detto Molotof, sotto ordine del Comandante Zama, e costui, dopo aver soppresso i due giovani, a sua volta era stato ucciso da Silvestro Michele detto "La Mazza" e gettato nella stessa fossa dei due ragazzi. 
Si accertava, durante l’istruttoria, che il "La Mazza"era deceduto in Saluzzo il 4 dicembre 1944. 

Don Salomone, parroco di Sampejre che conosceremo bene in seguito, scrive su questo fatto: "Udii cose orrende sui cadaveri ……… da Ciafrelin. Fu avvicinato dai comunisti perché tacesse……. Però a me lo disse (Ciafrelin era il fossore comunale del tempo. Dissotterrò due fidanzati di Costigliole Saluzzo, messi sotto terra in posizione non delicata, ecc….." 

Il teste Viotti Paolo confermava di aver visto sull’autocarro partigiano, la Chiapelli Rosa… ed aver sentito dire dai partigiani che sarebbero andati a prendere anche il padre. 
Altro teste Rinaudo Gioachino aveva anch’egli riferito che si trattava di una ventina di partigiani. 
Nanchino Giovanni transitando in bicicletta prima del Viotti e del Rinaudo, si era fatto rimorchiare dall’autocarro dei partigiani che si era poi fermato presso il ponte di Valcurta.Nel frattempo erano sopraggiunti i due ragazzi in bicicletta (Chiapelli Rosa e Gallini Dante) ed i partigiani li avevano invitati a salire a bordo dell’automezzo. 
Interrogato Isacco Levi confermava di essersi trovato a bordo dell’accennato autocarro. Aveva visto transitare la ragazza con il giovane e l’aveva riconosciuta come la figlia dell’Avv. Chiapelli, il quale aveva fama di spia fascista e l’aveva fermata e sospettando che i due fossero spie li aveva invitati al Comando di Sampejre per gli accertamenti del caso. 
Qualche giorno dopo si era trovato a Sampejre con il partigiano Molotof e La Mazza Non si era parlato dei due prigionieri. Aveva appreso qualche tempo dopo che nel predetto giorno dell’incontro con Molotof, costui aveva soppresso i due giovani e a sua volta era stato ucciso La Mazza e gettato nella stessa fossa degli altri due "si diceva che questi ultimi erano stati uccisi perché spie" 
Malausa Ferdinando dichiarava di aver appartenuto al Comando del distretto partigiano della (Garibaldi) con sede in Sampejre.Comandava la Val Varaita lo "Zama" Zappata Edoardo. Costui aveva ordinato di portare al suoi comando la Rosa Chiappelli sospetta per i suoi viaggi in vallata. Lo Zama trovatosi a transitare con la sua autovettura personale all’atto in cui i partigiani provvedevano al fermo della ragazza, aveva invitato il ten. Gallini ad andarsene, ma questi aveva voluto accompagnare la fidanzata al Comando. 
Egli, Malausa, viaggiava però sul camion senza far parete della squadra volante, capeggiata in quell’occasione dal Levi che aveva fermato la ragazza. 
Anche il Razè Carlo ammetteva di essersi trovato a bordo del camion, ma quale Commissario del Distaccamento di Val Mala, come passeggero. Non si era occupato del fermo in quanto operato dalla squadra del Levi. Dichiarava inoltre di non aver sentito, riguardo alla Chiappelli Rosa, fare addebiti specifici di spionaggio e conformemente deponevano l’ex partigiano Rabbia Modesto ed altri. 
Mazzoni Orfeo, già partigiano nella zona di Venasca, escludeva che a carico dei due giovani fosse stato istituito un processo. 
Lo "Zama", interrogato per rogatoria a Lima (Perù) si limitava a dichiarare di non ricordare affatto i due nominativi in esame. 
Altri particolari, confermanti le su riferite versioni, risultavano altresì dalla testimonianza del teste ex-partigiano Salza Merito. Si trovava costui a Melle il 28 giugno 1944, all’albergo Corona Grossa. Era giunta un automobile con a bordo, fra altri, lo "Zama" ed il partigiano "Nino" (Dentis Sebastiano che veniva poi ucciso dai partigiani il 29 ottobre 44 nel vicino paese di Brondello). Da quest’ultimo il Salza aveva appreso che lo "Zama" aveva ordinato ad esso "Nino" ed al "Molotov" di fucilare la ragazza ed il Gallini. 
Ai due si era poi aggregato per la bisogna, il Silvestro "La Mazza ", pure costui mandato dallo "Zama". Il "Molotof", l’ex partigiano Ferrero Domenico il giorno precedente la sua morte, era passato a Brossasco ed aveva informato la madre che il comandante "Zama" l’aveva convocato a Sampejre, ma che ne ignorava il motivo. La madre aveva successivamente appreso, nel luglio dello stesso anno, da alcuni partigiani, che il figlio era stato fucilato per ordine dello "Zama". 
La Corte, visti gli art. 479 del C.P.P. e 194 della legge 12 aprile 1945, assolve gli imputati dall’imputazione loro ascritta perché il fatto dagli stessi commesso costituisce azione di guerra non punibile a termine di leggi comuni. 


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ALTA LANGA CIVILI UCCISI DA PARTIGIANI DELLA "GARIBALDI" 



PEIRONE LUCIA uccisa a SERRAVALLE LANGHE 18.05.1944 

Corte di Assise di Cuneo 

Sentenza contro GABRIELLI ETTORE di Agido nato 1.05.1906 a Livorno e residente in Savona - presente 
In un giorno imprecisato della seconda metà del mese di maggio 1944, in prossimità del mulino in frazione Scarrone di Serravalle Langhe, viene uccisa la diciottenne Lucia Peirone. 
In data 3 dicembre 1948, Peirone Francesca, residente in Fraz Peironi del Comune di Ciglè, riferiva al Procuratore della Repubblica di Roma che il 18 maggio 1944, verso le ore dieci, cinque partigiani si erano presentati nella di Lei casa e dopo averla fatta uscire assieme alla figlia Domenica, si erano intrattenuti con l’altra figlia Lucia nata a Cigliè il 9.09.1925, usandole violenza ed allontanandosi poi con la stessa verso le ore 20 per portarla al loro comando secondo quanto detto dai partigiani stessi. 

La madre riferisce ancora che La figlia Lucia era stata vista, sempre condotta dai cinque partigiani, in altre case di comuni vicini e che in seguito, di essa, non si era saputo più nulla e chiedeva fossero svolte indagini in proposito, poichè sospettava che la figlia fosse stata assassinata dopo aver subito violenza. 
Dopo opportuni accertamenti da parte della Procura di Mondovì ed in seguito ad indagini reperite dai carabinieri di Murazzano, veniva accertato che la Peirone Lucia era stata prelevata nel giorno indicato dai partigiani perché ritenuta spia fascista ed era stata condotta, nella notte dal 18 al 19 maggio 1944 nella casa di Peisino Giuseppe, a Cigliè nella casa di Restagno Ferdinando verso le ore 5,30. Al mattino seguente in fraz. Montiglio, ed a Rocca Cigliè nella casa di Cappa Antonio. 
Verso le ore 19,30 del 19 maggio, il gruppo, sempre con la Peirone Lucia, era ripartito in direzione di Murazzano e Marsaglia. 
Da tale momento non si era saputo più nulla della sorte della Peirone. Dei cinque partigiani venivano identificati. Certi: Peisino Giovanni, Manfredi Giovanni, mentre gli altri tre rimanevano sconosciuti. 
Interrogati dai carabinieri delle rispettive stazioni, il Peisino e il Manfredi deponevano che la Peirone Lucia, dopo le peregrinazioni di cui sopra, era stata consegnata al Comando Brigata da cui dipendevano i cinque patrioti, che per ordine del Comandante stessi, successivamente passata per le armi, come appreso da essi solo in seguito. 
Il Peisino indicava il nome di battaglia del Comandante di Brigata LUPO (Gabrielli Ettore) che veniva interrogato dai carabinieri di Savona e risultava che effettivamente la Peirone Lucia era stata consegnata ad esso Gabrielli, presente il Commissario della Brigata (Ombra Celestino) e che in seguito al loro ordine era stata uccisa e seppellita tra Niella Belbo e Feisoglio dai partigiani della Brigata stessa. 
In esito alle indagini nei pressi del mulino di Giordano Tommaso risultava essere stata uccisa la Peirone. I carabinieri di Bossolasco rinvenivano in regione Scapponi di Serravalle Langhe, sotto un leggero strato di terra uno scheletro di sesso femminile. 
Il perito stabiliva che la morte risaliva a quattro anni prima ed era stata verosimilmente causata da grave lesione di encefalo a mezzo di proiettile di arma da fuoco sparato a distanza ravvicinata. Tuttavia il cadavere non veniva riconosciuto date le condizioni in cui ritrovava, dalla madre e dalla sorella della Peirone. 
Non essendoci alcuna documentazione relativa all’uccisione della Peirone negli archivi del C.L.N. di Torino, il Gabrielli Comandante della 16° Brigata Garibaldi "Perotti" e l’Ombra Celestino, Commissario, venivano il 12 luglio 1951 rinviati a giudizio previo mandato di cattura per concorso di omicidio premeditato. 
Nel corso del nuovo dibattimento i due comandanti spiegano come la Peirone fosse stata catturata in quanto indiziata di spionaggio e giudicata da un tribunale composto da loro due e da una ventina di altri capi partigiani di cui non conoscono il nome. La Peirone venne trovata in possesso di dati di repubblichini, di fotocopie che dava informazioni ai nazifascisti ricevendo in compenso di ogni informazione lire 500. Le fu proposto di passare al loro servizio offrendo per ogni informazione lire mille. 
La ragazza rifiutò l’offerta e questo significò l’implicito riconoscimento della sua attività spionistica e venne condannata a morte. Dell’esecuzione venne incaricato l’Ombra, il quale la fece accompagnare da una squadra di partigiani ai quali ordinò che per motivi di pietà la uccidessero a sua insaputa, mentre l’accompagnavano attraverso la campagna dicendole che l’avrebbero lasciata libera. 
Peirone Francesca, la madre della vittima, riferì che sua figlia non aveva mai avuto rapporti con i nazifascisti. Peisino Giuseppe affermava pure che la ragazza non faceva la spia e alle accuse fattele dai partigiani si protestava innocente durante la sosta nella sua casa. 
Revello Felicina nella sua casa sentì pure le proteste di innocenza fatte dalla Peirone ai partigiani che l’avevano prelevata. 
Secondo il Giudice la prima indagine da farsi è quella di stabilire se sia stato fatto un processo alla Peirone da parte di un tribunale partigiano. Poiché è evidente, qualora risulti che il processo sia stato effettivamente fatto, la Corte non potrebbe più sindacare l’operato del Tribunale di guerra anche se la decisione fosse stata presa senza prove convincenti. 
I due imputati fin dall’inizio hanno sempre affermato che vi fu un regolare processo da parte di un tribunale partigiano composto da loro due e da una ventina di Comandanti partigiani che alla sentenza di condanna a morte venne redatto verbale. 
Bisogna credere alle parole dei due imputati in quanto sono passati cinque anni dal fatto e appare normale che a tanta distanza di tempo non abbiano saputo indicare i nomi di coloro che composero il tribunale che emise la sentenza. 
Non importa che la ragazza sia stata fucilata di fronte ad un plotone di esecuzione o uccisa d’improvviso a sua insaputa (il che dimostrerebbe anzi un senso di pietà da parte di chi dispose l’esecuzione). Il fatto esenziale è questo, che la ragazza, consegnata al Comando quale sospetta spia venne uccisa qualche giorno dopo da un plotone di partigiani, il che da a ritenere per certo che un giudizio, sia pure sommario, vi sia stato. 
Non sempre gli imputati possono essere in grado di fornire le prove. Non hanno potuto esibire il verbale del processo, ma hanno dimostrato in modo logico e convincente la loro impossibilità di farlo. Non hanno saputo indicare i nomi dei componenti il Tribunale di guerra ma anche tale impossibilità da parte loro appare giustificata. Non essendoci motivo plausibile per ritenere che il processo non sia stato fatto, ed allora bisogna credere alle loro affermazioni univoche. 
Ed allora, pur non essendo raggiunta la prova che la Peirone fosse effettivamente una spia e potendosi anche ritenere che la stessa per circostanze contingenti sia stata una delle tante vittime innocenti di quel triste e terribile periodo di guerra fratricida, si deve ritenere per certo che la condanna a morte alla Peirone stessa sia stata decisa da un tribunale di guerra partigiano sul cui operato non è possibile indagare. 
L’operato dei dirigenti di un tribunale di guerra rientra quelle operazioni compiute dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi ed i fascisti, che ai sensi della legge 12.04.1945 n194 sono considerate azioni di guerra non punibili a termini di leggi comuni. 
P.Q.M. 
La corte assolve Gabrielli Ettore e Ombra Celestino Luigi dall’imputazione a loro ascritta perché il fatto dagli stessi commesso costituisce azione di guerra non punibile a termine di leggi comuni 
Cuneo 3.03.1953 


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TEN. ADRIANO ADAMI DELLA DIVISIONE ALPINA MONTEROSA 

Sospendo l’indispensabile e dettagliato Diario dell’Alpino Cozzaglio, al fine di completare la Storia attraverso al diario del Battaglione Bassano e con integrazioni indispensabili per chiarire alcuni fatti essenziali. 

La Divisione Monterosa rientrò in patria il 20 luglio 1944 e il Battaglione "Bassano", al comando del Magg Molinari fu destinato alle Alpi Sud-Occidentali, alla Val Varaita in provincia di Cuneo, dove il Comando prese sede nell’alta Valle a Casteldelfino, il 22-9-1944. 
Ho qui davanti a me il Diario di Guerra del "Bassano": ma io non mi accingo a parlare della Monterosa, perché il lavoro è stato portato a termine con perizia da Claudio Bertolotti; iniziato come tesi di laurea ed in seguito progredito tanto da formare un libro (Storia del Battaglione Bassano della Divisione Alpini Monterosa), che si affianca all’ormai incompleto e riduttivo libro di Cornia "MONTEROSA". 
L’attività partigiana che si accentrava sui militi, che presidiavano la pianura, si spostò, al loro arrivo, sugli alpini della Monterosa i quali occuparono, in val Varaita, le principali sedi partigiane: Sampeyre, Casteldelfino, Chianale, Costigliole, Brossasco, Venasca, ecc. 
Personalmente mi limito a parlare di un appartenente alla Divisione Monterosa: cioè del Tenente Adriano Adami. Alla luce di ciò che ho appena scritto su queste pagine, che mi ha permesso una sicura visione di ciò che succedeva in Valle, posso finalmente ricordarlo con consapevole verità. 
Ho iniziato il libro ricordando un eroe del mare, voglio finirlo parlando di un eroe e di un martire delle Alpi. Al primo rendono onore le medaglie conquistate sul campo, al secondo sassate, sputi, umiliazioni e percosse. ……………. 

Se il Battaglione Bassano della Monterosa ha avuto un eroe, questo è proprio lui, il Ten. Adriano Adami, conosciuto in Valle con il nome di "Pavan ".Tanti martiri, un solo eroe. 
Adriano Adami di Perugia, non ha ancora 20 anni, quando nel 1941 lascia le aule universitarie per correre a servire la Patria in guerra. 
E’ unico figlio, adorato; ma la famiglia ha gloriose tradizioni militari e lo studente universitario le vuole onorare. 
Combatte in Croazia quale sottotenente nella 537° Comp.ia Mtr. P.M. 3500, distinguendosi per capacità e valore e meritando encomio solenne e croce di guerra. Si trova ricoverato nell’Ospedale Militare della sua Perugia per attacchi malarici – un’affezione lasciatagli dalla campagna in Croazia – quando ascolta il bollettino dello sbarco alleato in Sicilia. 
……………… 

La Monterosa, il cui compito era il presidio dei passi alpini, si rende subito conto che il nemico, al quale non era preparata, si trova alle sue spalle. Non sono tanto gli Americani o i Francesi a impegnarla in combattimenti, quanto i partigiani delle "Formazioni Garibaldi" che avevano nella Valle indiscussa e incontrollata dominazione.Il Battaglione Bassano è, per i partigiani,un elemento estraneo e di massimo disturbo, elemento quindi da rendere inoffensivo.Subito ebbero inizio gli attacchi ai Presidi Alpini, ai cariaggi, con prelevamento di militari e civili. 
Infatti sul diario del "Bassano" sono menzionati, quasi quotidianamente, gli attacchi subiti dalle "colonne di carrette" e prelievi di soldati. 
I Comandi si rendono conto che è necessaria un’adeguata difesa delle retrovie, per non dover addossare questo particolare compito sui militi di pianura (soldati della Littorio, militi della G.N.R., reparti delle Formazioni Lidonici e Resega) 
Chi comprende questa necessità e si rende conto della situazione creatasi nella Valle è il Ten. Adriano Adami. Il quale accetta il Comando di difesa delle retrovie. E’ un impegno difficile e pericoloso, che lui si assume con il concorso di 60 uomini scelti dalla 6°, 9° e 10° compagnia. 
Lo stesso compito nella vicina Valle Maira è affidato al Ten Benedetto Capece Galeota. ……………… 

Il Ten. Adami, coraggioso e intraprendente si avventura alla ricerca dei capi partigiani che reputa tra i più pericolosi per la vita non solo dei militari ma degli stessi civili, di cui si fa difensore, i quali, in qualche modo, si sentono protetti dagli Alpini, che rappresentano a tutti gli effetti un esercito regolare.. 
…………………. 
Attraverso al "Diario del Bassano", Adami è un militare che compie fino alla fine il suo dovere di comandante addetto alla difesa delle retrovie. 
……………… 
"Oggi" due maggio inizia il processo e alle cinque della sera Adriano Adami e altri quattro vengono fucilati alla schiena. Ma non basta, al Ten. Adami viene riservato un trattamento particolare, la visita continua della marmaglia partigiana e civile,che sfoga i propri istinti a calci e bastonate sul suo corpo privo di vita. 
………………. 
Ora continuano ad accanirsi, con le parole, nei suoi riguardi; su libri, sempre freschi e rinvigoriti, che nessuno contesta. 


Il capitolo riguardante il Ten. Adriano Adami, composto di circa 60 pagine, comprende: 
Diario inedito di un alpino del Bassano 
Diario di guerra del "Battaglione Bassano " 
Diario del Parroco di Sampejre 
Testimonianze civili e partigiane 
Azioni compiute, documenti inediti e foto. 
 
 
 
 
Dopo la Langa entro nel Basso Monferrato dove sfumano le colline langarole e dove, con l'inverno, si è spostato dalle Alpi il Comando delle Brigate Garibaldi.
Su questa zona mi limito ad una veloce carellata essendo zona di confine, ed è un triste passaggio incompleto e incompiuto, perchè secondo le persone del luogo che hanno fatto le ricerche, tutto è rimasto come è stato lasciato nel 1945. (Foto)Boschi di Vallunga di Piea d'Asti: tumuli dove furono sepolti civili, militari repubblicani rastrellati dalla Brigata Garibaldi.

LA BATTAGLIA DI SOMMARIVA PERNO 14 Aprile 1945 (Dal libro RAGAZZI: PRESENTE Pagine 7-8
Liliana Peirano
 
 
    La cittadina di Mondovì, nel cuneese, è il primo contrafforte delle Langhe.
    Salendo lassù, sotto la torre dei Bressani, in giornata serena, si vede, fin che occhio lo consente, un sinuoso andare di colline; colline delle Langhe. Terra di Langa, laboriosa terra ammantata di vigneti, ricca di tartufi. A osservarla così tranquilla e innocua nei suoi morbidi declivi, fa stupore il pensiero che cinquant'anni orsono sia stata uno dei luoghi più cruenti e tormentati della guerra tra italiani, in provincia di Cuneo.
    Quello del 14 aprile 1945 è uno dei tanti episodi oscuri della lotta partigiana: matassa ingarbugliata di cui mi è difficile trovare il bandolo, lo svolgimento e il finale.
    Con puntiglio cerco di dipanare i fatti.
    In tutti i casi mi limiterò a fare da filo conduttore, lasciando il racconto degli avvenimenti agli stessi protagonisti. Sarebbe di troppa responsabilità, da parte mia, descrivere un tale episodio, sbandierato come vessillo per tutti questi anni.
 
    Formazioni partigiane impegnate nello scontro:
    - Autonomi di Mauri.
    - Garibaldini (brigate comuniste).
    - Giustizia e Libertà (G.L.)
 
    Reparti Repubblicani:
    - Xa MAS della Caserma Monte Grappa di Torino, addetta al presidio
    e protezione stabilimento e impianti Fiat.
    - G. N. R. (Guardia Nazionale Repubblicana) di Cuneo e Bra.
 
    Prendo a caso un opuscolo commemorativo.
    Con calma lo sfoglio: “Rievocare il combattimento del 14 aprile 1945 è come rivivere l'ansia, l'ardimento, l'esultanza della vittoria di quel giorno”.
    In sintesi sul libretto c'è tutta la battaglia di Sommariva Perno.
    Ma io farò di più; riporterò i dati storici dei capi partigiani che operarono in quel giorno sul luogo. I Capi, che parteciparono allo scontro, saranno indicati con i nomi di battaglia, anche se i loro nomi reali sono conosciuti, e fieramente ripetuti in ogni scritto, in ogni apologia.
 
 
    Lascio loro meriti e orgoglio e, secondo una mia personale etica, non li cito, tranne quelli dei Comandanti in capo per ovvie ragioni.
 
*** 
 
IL VERBALE DELLA RESA (Dal libro RAGAZZI: PRESENTE Pagine 27-29)
Liliana Peirano
 
 
    Ritornando ai fatti di Sommariva Perno, viene istintiva una domanda: “Perché un tale concentramento di forze repubblicane il 14 aprile a Bra?”.
    Per una risposta esauriente facciamo un doveroso passo indietro; al giorno 12 aprile 1945.
    Il cap. tedesco Wessel, comandante il Presidio di Bra, il 12 aprile, esattamente due giorni prima della battaglia di Sommariva Perno, firma il patto di resa con il Comandante Partigiano della 12a Divisione Bra, cap. Della Rocca.
 
    Trascrizione del verbale dell'accordo di resa.
     “Per iniziativa dei Sigg. Angelo Sartori e Celestino Stoffel, preoccupati delle gravi conseguenze e dell'inutile spargimento di sangue che sarebbero la conseguenza inevitabile di una resistenza ad oltranza da parte delle forze armate tedesche, nel caso assai probabile di una imminente occupazione partigiana della piazza di Bra, si sono incontrati oggi, in località S. Matteo, nella proprietà del sig. Angelo Sartori, in incognito e col vincolo reciproco di assoluta segretezza (esteso anche ai Sigg. Sartori e Stoffel), il Comandante della 12a Divisione Bra Cap. Della Rocca ed il comandante del Presidio militare tedesco di Bra Cap. Wessel, allo scopo di esaminare una possibile linea di condotta, concepibile con il loro onore militare, da seguire in caso di un attacco su Bra, evitando alla città ed ai suoi abitanti inutili vittime e devastazioni.I sigg. Sartori e Stoffel, fatte le reciproche presentazioni e sentite le premesse esposte tanto dal Cap. Della Rocca quanto dal Dr. Wessel, si ritirarono perché il colloquio potesse svolgersi più liberamente in loro assenza.
    Dopo oltre un'ora, i sigg. Cap. Della Rocca e Cap. Wessel, raggiunsero i sigg. Sartori e Stoffel, comunicando loro la speranza di essere addivenuti ad un accordo e che, quando Bra venisse occupata dalle forze dipendenti dal Cap. Della Rocca e che dall'altra parte si fosse mantenuta la parola data, sia al Cap. Wessel che ai pochi uomini del suo Ufficio, sarebbe stata garantita l'incolumità ed un trattamento umano; inoltre al Cap. Wessel personalmente, anche avuto riguardo alla politica finora da lui svolta per reprimere od almeno mitigare atti di rappresaglia o di violenza, tanto da parte tedesca quanto da parte repubblicana, venne promesso, in ogni caso, un trattamento speciale, con l'esplicita assicurazione da parte del Cap. Della Rocca, di rendere edotte, a suo tempo le Autorità di occupazione alleate, delle promesse di cui sopra, con preghiera di volerne tener conto anche nei loro provvedimenti riguardanti il Dr. Wessel.
    Quest'ultimo, in caso di evacuazione delle truppe tedesche dalla caserma tutt'ora da loro occupata, verrebbe affidato, quale ospite, od al Sig. Stoffel od al Sig. Sartori.
    Il presente verbale è redatto e firmato in quattro esemplari.
    Bra, S. Matteo, 12 aprile 1945
    F.to: Stoffel; Wessel; Sartori; Della Rocca”.
 
    Circa queste trattative, il Cap. Della Rocca scrive al Magg. Hope, capo della Missione Alleata in Cisterna, in data 6 aprile 1945 invitandolo a voler presenziare all'incontro.
    Il Magg. Hope risponde lo stesso giorno dicendo “di non essere autorizzato a trattare con i nemici”.
    Il tredici aprile 1945 il Cap. Della Rocca invia la seguente lettera al Magg. Hope ed al Magg. Mauri:
 
    “Ho deciso di accettare la resa del Cap. Wessel imponendogli queste condizioni:
    1) Il Cap. Wessel rimane nella sua carica in condizioni di resa incondizionata;
    2) La città di Bra sarà considerata virtualmente libera;
    3) Durante nostre azioni in città contro i reparti della Repubblica, i tedeschi non dovranno uscire dalla caserma né daranno aiuti o asilo a militari;
    4) Tutti gli uomini dei Presidio tedesco, all'occupazione definitiva di Bra, saranno considerati prigionieri di guerra con le garanzie sanzionate dalla convenzione internazionale di Ginevra.
    Nel pomeriggio ho fatto attaccare il Presidio repubblicano di Bra e dopo un violento scontro la città è stata occupata e tenuta fino alla mezzanotte con ciò ho voluto aver conferma degli impegni assunti la mattina dal Cap. Wessel e difatti i tedeschi si sono sbarrati in caserma isolandosi completamente dagli avvenimenti”.
 
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VIOLENZA. TESTIMONIANZE ORALI Dal libro RAGAZZI: PRESENTE Pagine 95-99.
Liliana Peirano 
 
 
    Da un ex Marò della Xa Mas:
     «Dopo la resa ci portarono in una cascina non molto lontano dal luogo della battaglia deviando verso la collina. Nella cascina c'erano già dei prigionieri della G.N.R.. Erano tutti giovani come noi, e a noi, della Xa Mas, i partigiani hanno ordinato di scavare loro la fossa: "Per farci posto" così hanno detto.
    Lo abbiamo fatto. Al termine un partigiano mi ha spinto dicendomi: "E adesso mettiti anche lì assieme agli altri".
    In quella giornata mi ero già salvato una volta. Dopo la resa da parte nostra, il mio autocarro per un perfetto funzionamento doveva essere sottoposto a una revisione, ci dissero di provvedere a ciò; io mi preparai per farlo, ma un mio compagno (non ricordo il nome) insistette per andare lui ad effettuare l'operazione.
    Ad operazione ultimata per ringraziamento gli spararono in testa uccidendolo. Fu così che ebbi salva la vita.
    Non avrei pensato che la stessa fortuna potesse toccarmi una seconda volta, invece è capitato; la voce di un Comandante ha detto: "No, quello va tenuto in vita".
    Quei ragazzi della GNR, li hanno fatti svestire. Non ho notato nessuna reazione in loro, erano tutti giovani, erano tanti; UNA FILA DI SETTE PER TRE.
    Così mi è sembrato, ma potevano anche essere di più. Li hanno mitragliati.
    Ho notato che erano molti i partigiani che li mitragliavano. Io sono stato incaricato, con altri, di raccogliere i vestiti e tutta la loro roba su un carretto e trasportarla sotto il porticato. Questo è un brutto ricordo; al pensiero mi viene ancora la pelle d'oca.
    In novembre, uscito da Coltano, fui internato come prigioniero della "Real Marina"».
 
    Da un ex Marò della Xa Mas:
     «Dopo la battaglia ci sono venuti a prendere con il camion per portarci in una cascina in mezzo alle colline, io ero in mutande perché ci hanno fatti svestire.
    Ci hanno coperti con dei teli da paracadute, perché dicevano che così non saremmo stati uccisi dai garibaldini.
    Ci siamo ricongiunti con il resto del reparto a Cisterna.
    Dentro al recipiente dove cuocevano la minestra facevano i loro bisogni.
    Ci picchiavano tutte le notti, eravamo già debilitati nel corpo, tanto da non sentire più il dolore.
    Ho sempre in mente alcuni fatti ... »
    A questo sopravvissuto, il cervello non ha fatto cerchio per espellere i ricordi più crudi, come succede a tanti.
    Il suo cervello, al contrario, li ha registrati e impressi, indelebili come un'ossessione, nel ricordo.
    Rammenta poco di altri avvenimenti, luoghi e date, ma le violenze subite o viste subire sono rimaste limpide, scolpite nella memoria e niente le può rimuovere o arrestare, neanche il mio ostinato ripetere:
    «Non le racconti. Non potrei scrivere queste cose».
    Ma lui con voce stupita, come se ne fosse venuto solo da poco a conoscenza, torna a ripetere e a ripetere gli stessi insopportabili episodi.
 
    Da un ex Marò della Xa Mas:
    «Lo ricordo questo fatto ... »
    Appena il Marò inizia, lo interrompo:
    «So già»
    «Glielo hanno raccontato anche altri? Allora è proprio vero, non è un brutto sogno».
 
    Da un ex Marò della Xa Mas:
    «Quando ci siamo arresi, un partigiano .... »
    Non mi aspetto la scena che descrive, così mi prende alla sprovvista....
 
    Violenza
    ....La violenza fine a se stessa; l'ultimo gradino a cui l'uomo può giungere. Le testimonianze arrivano ognuna con il proprio fardello opprimente di violenze subite, o viste subire. Non le scrivo, anche se me ne sono fatta carico, ed ora premono per uscire alla luce.
    Penso sia troppo comodo liberarmi di un tale peso per scaricarlo su chi, leggendo, dovrà ripetersi all'infinito:
    «Sarà stato mio fratello, mio padre, mio zio quello?» Non le scrivo; ma reputo fortunati coloro che sono stati mitragliati sui camions; i mitragliati sul pianoro, mentre correvano come leprotti alla ricerca di un riparo; fortunati quelli fucilati, quando, ormai arresi, se ne stavano immobili nei cortili con le braccia alzate.
    Fortunati i feriti mitragliati nei fossi. Fortunati quelli mitragliati dopo la confessione, alla cascina Vidavì, spogli di vestiti e di ogni altro segno di riconoscimento; fortunati ancora i ragazzi della "Giovanile" rassegnati e immobili sul bordo della fossa comune, scavata con l'aiuto dei Marò della Xa Mas, in quella "Fila di sette per tre".
    Erano quelli dell'olio di ricino e del manganello.
    A Cisterna, olio di ricino e manganello, hanno sapore di barzelletta.
 
    Testimonianza da Cisterna
     «Noi lavoravamo in Municipio, nei locali del Castello, eravamo in quattro. Sapevamo cosa succedeva là sotto perché il maresciallo dei carabinieri veniva su e piangeva mentre ci raccontava come trattavano quei ragazzi prigionieri.
    Il maresciallo ogni tanto ci chiedeva carta e matita perché potessero almeno scrivere ai genitori. Ma anche un foglio di carta e una semplice matita, erano un rischio.
    Il maresciallo di guardia ai prigionieri è il Bolle Pasquale chiamato Pascà, implicato nell'uccisione accidentale del Magg. Hope.
    Abbiamo cercato di aiutare per quello che ci era possibile, ma non si poteva fare molto. Erano svestiti e qualche piccolo indumento lo abbiamo fatto pervenire, ma se i partigiani ci vedevano solo girare gli occhi verso le inferriate, mentre passavamo per andare a casa, erano guai grossi. «Io... io».
    C'è una pausa che non so come interpretare e attendo. «Mi volevano rasare... sono stata a casa due o tre giorni per la paura, ma una mia amica l'hanno rasata e le hanno colorata la testa di rosso. Forse adesso non sarebbe la stessa cosa, ma a quei tempi era una vergogna e una mortificazione enorme.
    C'era una famiglia a Cisterna, avevano un figlio nei fascisti; che cosa non hanno fatto vedere a quei due genitori... finché un giorno sono spariti. Hanno abbandonato tutto; casa e quel poco che avevano e non li abbiamo più visti. Ma sono cose brutte, passate da tanto tempo, non serve a niente ricordarle. Se scrive non metta il mio nome».
    La signora è anziana, in ottima forma fisica e mentale, ha lasciato Cisterna da quasi cinquant'anni e la sua vita si è svolta all'estero. Una vita attiva di dedizione.
    Eppure eccola la frase: «Non scriva il mio nome». Ed è la stessa frase già pronunciata da qualche ex militare repubblicano, detta con voce allarmata: «Come ha fatto a trovarmi? ... Non scriva il mio nome».
    E ancora: «Qualche cosa, lo posso raccontare di quel che ricordo, ma non faccia nomi».
    Eccolo il virus della paura, iniettato così profondamente e costantemente alimentato, in tutti questi anni di epopea partigiana.
 
Testimonianza da Cisterna 
    «I prigionieri del Castello? Una pena, la maggior parte senza vestiti. Non credo mangiassero molto, in compenso tante bastonate. Quasi tutti i giorni i partigiani salivano al Castello, poi dopo averli picchiati li facevano schierare in cortile e li costringevano a cantare in coro. Nei primi di maggio qualche recluso ha chiesto l'assistenza spirituale del Parroco che ha inviato delle medagliette di Lourdes promettendo la presenza del vice Parroco Don... »
    Il nome del curato di Cisterna salta fuori chiaro ed incisivo nella sua risonanza fonetica, neanche ora lo scrivo, non ne vale la pena.
    «Ma il vice parroco non si è mai fatto vedere. Poi giunge il giorno fatale, sette maggio 1945, il maresciallo dei carabinieri, che è a conoscenza della destinazione, dice ai giovani di prepararsi per essere trasportati in un campo di concentramento vicino a Moncalieri ed essere consegnati agli Americani.
    I prigionieri passano un momento di gioia nell'illusione di aver terminato un così duro calvario. Tanti detenuti, presi in consegna dai partigiani e condotti su un autocarro a Santo Stefano Roero, obbligati a scavarsi la fossa, sono tutti mitragliati. Nei mesi seguenti la fine della guerra, ci fu una vera processione di genitori in cerca dei loro congiunti.
    Il papà, avvocato, di uno dei ragazzi uccisi, e precisamente Verga Mario Claudio di Crema, in una delle sue visite fatte a Cisterna, per conoscere la sorte del figlio, mi ha regalato una sua fotografia, che ho ancora, sul retro è indicata la data della fucilazione: "9 maggio 1945".
    Quanta tristezza, quel vecchio signore; ci abbracciava commosso come se avessimo potuto dargli qualche cosa del figlio.
    Ma quello che più stupiva era la sua preoccupazione riguardo all'assistenza religiosa data al suo ragazzo».
 
***
 
RIMARRANNO ANCORA E SEMPRE LORO... I MORTI (Dal libro RAGAZZI: PRESENTE Pagine 49-52)
Liliana Peirano
 
 
    “Madama Cussino... Madama Cussino”. La voce è alterata.
    Viene da sotto il balcone che si affaccia sulla via principale di Genola. “Madama Cussino, ce li hanno uccisi tutti, tutti ... ”. E la donna è già oltre la curva.
    La maestra Cussino, quella signora la conosce; è la mamma dei fratelli Cerri di Centallo, di cui Mario, il più anziano, è amico di Pippo.
    Pippo, suo figlio; lo avevano avuto in tarda età, eppure era venuto su forte e bello come certi germogli anomali che spuntano in primavera su tronchi che alla vista paiono secchi.
    Ora è aggrappata alla ringhiera; il cervello non ha ancora recepito appieno il messaggio violento. Sono gli occhi dell'uomo anziano, immoto in mezzo alla strada a comunicarglielo e a darle forza, occhi che guardano in su, a lei. Ha l'impressione che tutto sia rosso nel viso proteso, il naso, gli occhi, le lacrime, e tutto in quel viso chiede aiuto. Poco dopo ha inizio un correre senza costrutto tra Genola e Sommariva Perno. A partire sulla bicicletta a ruota fissa è proprio suo marito.
    Monsù Antonio si avvicina ai settant'anni; chi non conosce in paese Monsù Antonio. Inverno ed estate, sempre con il mantello a ruota, un po' più lungo e spesso d'inverno, un po' più corto e leggero d'estate.
    A Sommariva la reticenza delle persone è comprensibile, spessa da tagliarsi con il coltello. Chi stupisce è il sacerdote, ma Don Magliano non è reticente per indifferenza o per paura, ma solo perché non sa dove convogliare la fila di mamme, padri e sorelle.
    Il suo ritornello è uno solo: “Li ho confessati, sono morti bene, nella grazia di Dio”.
    Però il fatto puro e semplice è che non sa dove inviare tutta quella gente che arriva puntuale come ad un capolinea, sempre a lui, in piccoli gruppi o singolarmente e allora finisce con il mandarli alla Cascina di Vidavì, dove li ha confessati e visti morire.
    Alla fossa comune dentro alla quale ci può essere qualsiasi figlio.
    Ma a Vidavì non lasciavano aprire la fossa, perché ormai i ragazzi non erano più riconoscibili, così almeno qualcuno diceva.
    “Io lo riconoscerei tra mille... Il mio aveva un dente incapsulato... Il mio aveva un neo sulla gamba ... ”. Aveva, aveva... ma la fossa non fu più aperta.
    Ritornarono. E fu ancora la signora Cerri, instancabile, sorretta da una sorprendente carica nervosa, a proporre una lapide con l'elenco di alcuni caduti.
    Papà e mamma Cerri avranno tanto tempo davanti, per vivere goccia a goccia il dramma dei due unici figli uccisi: Mario Cerri il 14 aprile 1945 a Sommariva Perno, Esquilio Cerri il 28 aprile 1945 a Tarantasca.
    Un giorno dissero loro che erano stati trasportati al Cimitero di Sommariva. Ritornarono ancora e dissero loro che i figli non c'erano più. Erano stati trasportati al cimitero militare di Altare. Perlomeno cosi dissero.
    La Cascina di Vidavì è tuttora meta di pellegrinaggio.
    Giustamente i proprietari l'hanno difesa con una recinzione, per un po' di pace. Ci sono stata qualche anno fa.
    La collina imbronciata, per una nebbia di primo autunno che ristagna, è fitta di una boscaglia giallastra che invade la stradina sconnessa. L'ho trovata Vidavì, la cascina dal bel nome; per la verità la strada si ferma davanti ad un cancello ermetico, blindato, che respinge come quello di una prigione. Niente indicazioni, nomi o pulsanti. Oltre il cancello ancora boscaglia, nessuna casa in lontananza.
    Non provo delusione, anzi un senso di sollievo, cosa credevo di trovare oltre quel cancello.
    ...............
    E’la foto di mio zio, uno dei cento di Sommariva Perno, a cui voglio dare, tra queste pagine, sepoltura. La sua tomba non è mai stata profanata, perché lui non ha mai avuto tomba. Spero che la terra della Langa gli sia stata benigna e lo abbia accolto profondamente nel suo grembo.
    La foto l'ho trovata nel libro di preghiere di mia nonna, avvolta religiosamente in una carta bianca che ha lasciato sul viso i segni del tempo e del dolore. Custodita nella speranza di poterla mettere un giorno sulla pietra tombale, il giorno non è mai venuto.
    Però, irriducibile come solo le mamme possono esserlo, mia nonna era là il mattino in cui gli scalpellini incidevano sulla pietra il nome del figlio ucciso come repubblicano a Sommariva Perno.
    Disapprovata da tutti, guardata con sospetto. Timorosi i parenti più stretti di essere visti sostare troppo a lungo in quel luogo, dove sotto la grande pietra non c'era nessuno.
    Cinquant'anni di vergognoso, umiliante silenzio, in cui non si è potuto scrivere, piangere, pregare pubblicamente o parlare dei propri morti. Io stessa, solo pochi anni fa, non conoscendo appieno la storia, provavo disagio nel dire il nome di mio zio. Finché, a poco a poco, è subentrato in me un senso di rivolta che ora mi fa dire: “Cerco mio zio, fascista della G.N.R., ucciso a Sommariva Perno dai partigiani”.
    Le risposte alla richiesta sono tante e diverse, a seconda dell'educazione, della sensibilità, e della subdola accondiscendenza delle persone a cui mi rivolgo.
    “Deve lasciar perdere, non lo troverà in nessun posto”.
    Lo penso anch'io, eppure continuo a cercare.
    “Ma che cosa vuol trovare, se le va bene, niente altro che un pugno di ossa”.
    E no! Qui non ci siamo; parli con una mamma che ha perso un figlio, per lei quell'unico figlio morto vale lo sterminio di un intero esercito, e ciò di cui è alla ricerca non si riduce ad un pugno di ossa.
    Oppure: “Aveva solo da mettersi dall'altra parte, e forse adesso sarebbe ancora vivo”.
    A questo punto non mi resta che interrompere il colloquio; da quell'altra parte non c'è nemmeno il rispetto per i morti.
    E ancora, da una voce garbata di sacerdote partigiano:
    “Cerca suo zio? Giustiziato a Sommariva Perno? Non so niente dell'episodio, ma creda, tutto ciò che succedeva allora, non aveva particolare rilevanza perché era nella normalità degli avvenimenti”.
    E poi parole, parole, a cui non presto più orecchio, perché il mio pensiero è rimasto fisso a quel "Giustiziato" di inizio colloquio. Il signore cortese ha già stabilito che mio zio, in qualunque modo sia stato ucciso, lo fu per dovere di giustizia.
    Si è pianto per cinquant'anni sui caduti partigiani; sulle pagine dei mille e mille libri, sulle lapidi, alle mille e mille commemorazioni; pregato alle centomila messe in memoria. Abbiamo visto ammainare bandiere, innalzare stele e cippi, appuntare medaglie d'oro e d'argento.
    E’ tempo di aprire le catacombe in cui sono stati ghettizzati i sopravvissuti dell'altra parte, i loro morti e i loro discendenti. Se ciò non avviene, questo rodimento non si placherà mai; e così, come le repressioni ingiuste creano i martiri, il mortificante silenzio crea un dilagare sotterraneo di rancore represso. Infine, quei caduti sono ragazzi come gli altri, in bene e in male; non sono fantasmi, facendo sparire la loro identità non si è risolto nulla, perché è proprio quest'esercito di morti che non lascia pace.
    Cinquant'anni sono passati, ma loro sono lì ad aspettare.
    Si ha un bel dire: “Quando i protagonisti non ci saranno più ... ”
    Anche qui c'è un errore di valutazione; quando i protagonisti non ci saranno più rimarranno ancora e sempre loro, i Morti.
 
  ***
 
Dal libro RAGAZZI: PRESENTE di Liliana Peirano Editore Ra.Ra., Mondovì 1998, pagg. 124, L. 25.000.
Richiedere il libro  Casa Editrice Ra.Ra. di Mario Ravotti  e C., Via Torino 14, 12084, Mondovì.
Si invia contrassegno franco di porto.

RECENSIONE DI:
RAGAZZI: PRESENTE di Liliana Peirano
Editore Ra.Ra., Mondovì 1998, pagg. 124, L. 25.000
LA GLORIOSA VITTORIA DI SOMMARIVA PERNO, OVVERO I CENTO RAGAZZI UCCISI DAI PARTIGIANI XXV Aprile, un libro per riflettere, scritto da Liliana Peirano
Giulio Chiapasco
 
 
    Ho trascorso il 25 aprile riflettendo sul significato storico di un libro che l'autrice, Liliana Peirano di Mondovì, mi ha appena fatto pervenire.  Si intitola "Ragazzi: Presente" e tratta della battaglia che fu vittoriosamente combattuta dai partigiani contro i fascisti a Sommariva Perno il 14 aprile del 1945, pochi giorni prima della Liberazione.  La tratta da un'ottica storica, ma soprattutto umana, per i connotati che assunse nel tempo e che oggi, nel clima di riconciliazione nazionale, sono più vivi che mai.
    (...omissis...)
    La Peirano potrebbe dirvi, se interpellata, quanti ostacoli e omertà ha incontrato nell'indagare sulla carneficina compiuta in quel tremendo episodio, che fu detto glorioso, ma che rispose sopratutto alle crudeli leggi della guerra civile che non rispettano la vita.  Più di cento ragazzi trovarono la morte sul campo oppure furono catturati, spesso seviziati, e poi fucilati e gettati nelle fosse comuni, come si fa per le esecuzioni di massa a chi non merita né pietà né memoria.
    L'autrice, tra mille difficoltà e scoramenti, è riuscita infine a ricostruire molte fasi di quel tragico combattimento e di ciò che successe dopo, ma non a dare i  nomi a tutte le vittime, che vengono elencate per lo più, in pagine simili a lapidi, con l'indicazione di militi "ignoti".  Tra le tante figure ben delineate, ne estrapolo tre, scelte tra le più emblematiche.
    Comincio dall'infermiere della Xa MAS, ventunenne che rispose all'appello "La Patria ha bisogno di te", ma non toccò altre armi se non il Crocefisso, la cassetta dei medicinali e il bracciale della Croce Rossa.  Fu fatto subito prigioniero e usato come ambasciatore in mezzo alla battaglia per ordinare la resa ai nuclei resistenti nell'interno delle case.  Lo assolsero e liberarono solo a fine anno senza aver più visto nessuno dei suoi compagni. “E il mio primo contatto con i superstiti della Xa MAS” dice la Peirano e proprio da lui, il marchigiano Liviano Camponi, trae il coraggio di continuare, “per scrivere questo pezzo di storia cui anch'essi hanno diritto”.  Era convinto, l'infermiere sopravvissuto, che i suoi compagni fossero tutti morti perché i partigiani avevano ingannato i combattenti fucilandoli dopo aver loro promesso di aver salva la vita in caso di resa.  Portò con sé sino alla fine il rimorso per non essere stato con loro, con l'incubo del suo urlo “Basta, basta con il sangue innocente!” che lo accompagnò per tutta la vita.  Benedisse la Peirano e la trattò come una Mamma, lui 73enne consumato nel fisico e nello spirito, perché solo da lei seppe che almeno alcuni dei suoi commilitoni, consegnati agli alleati, si salvarono.  Morì l'anno scorso e le scrisse un'ultima lettera concludendo con la frase: Ragazzi: presente.  La Peirano me lo disse per telefono, come piangendo, e usò queste due parole come titolo del suo libro.
    Il secondo personaggio di cui voglio parlare è il tenente Giovanni Biggio, comandante di quei ragazzi morti, un sardo-piemontese decorato nella guerra d'Africa che, sebbene mutilato ad una gamba, volle servire la Patria rispondendo alla chiamata del Duce, perché così aveva interpretato il suo dovere.  Arresosi sul campo per evitare altro spargimento di sangue, con la promessa che sarebbero stati trattati come prigionieri di guerra, ben diversa fu la sua sorte.  Il capo dei garibaldini chiese al comandante Della Rocca l'onore di essere lui a giustiziarlo.  Lo trasportarono mezzo morto al patibolo. Gli spaccarono la testa e lo fucilarono.  Un compagno di scuola racconta: a Cagliari, sulla lapide che ricorda gli alunni del Liceo morti per la Patria “il nome di Giovannino non c'è.  Non ci può essere.  Giovannino è caduto dall'altra parte.  Due lacrime, un tonfo di lacrime, una cascata amara per le scale del vecchio Liceo”.  Eppure era uno "strenuo difensore degli umili, amico dei poveri, sempre fiero della sua vita morale" formatasi in quell'istituto scolastico.
    Ultimo esempio è lo zio materno dell'autrice, il ventenne Giuseppe Cussino.  A lui sono dedicate quattro pagine che si concludono così: “La sua tomba non è mai stata profanata, perché lui non ha mai avuto una tomba.  Spero che la terra della Langa gli sia stata benigna e lo abbia accolto profondamente nel suo grembo.  La foto l'ho trovata nel libro di preghiere di mia nonna( ... ) custodita religiosamente nella speranza di poterla mettere un giorno sulla pietra tombale; il giorno non è mai venuto (... ) Mia nonna era là il mattino in cui gli scalpellini incidevano sulla pietra il nome del figlio ucciso come repubblicano a Sommariva Perno.  Disapprovata da tutti, guardata con sospetto.  Timorosi i parenti più stretti di essere visti sostare troppo a lungo in quel luogo, dove sotto la grande pietra non c'era nessuno.  Cinquant'anni di vergognoso, umiliante silenzio, in cui non si è potuto scrivere, piangere, pregare pubblicamente o parlare dei propri morti. (... ) Finché, a poco a poco, è subentrato in me un senso di rivolta che mi fa dire: "Cerco mio zio, fascista della G.N.R., ucciso a Sommariva Perno dai partigiani". -
    E poi l'invocazione: “E’ tempo di aprire le catacombe in cui sono stati ghettizzati i sopravvissuti dell'altra parte, i loro morti e i loro discendenti.  Se ciò non avviene, questo rodimento non si placherà mai; e così, come le repressioni ingiuste creano i martiri, il mortificante silenzio crea un dilagare sotterraneo di rancore represso.  Infine, quei caduti sono ragazzi come gli altri, in bene e in male non sono dei fantasmi; facendo sparire la loro identità non si è risolto nulla, perché è proprio questo esercito di morti che non lascia pace”.
    Il 25 aprile, dunque, l'ho trascorso scrivendo queste note.  Mai rinnegando la mia scelta antifascista compiuta a 13 anni, vorrei ora andare alla ricerca di episodi di umanità, compiuti da chi, dall'una o dall'altra parte, ha operato per scongiurare il male.  Vorrei anche capire chi, e perché, il male l'ha voluto a tutti i costi…
 
 
IL GIORNALE DI BOVES Settimanale del 15 Agosto 1998 

RECENSIONE DI:
RAGAZZI: PRESENTE di Liliana Peirano
Editore Ra.Ra., Mondovì 1998, pagg. 124, L. 25.000
I REPUBBLICHINI DI SOMMARIVA
Marco Innocenti
 
 
    Nella terra di Langa fu combattuta, il 14 aprile 1945, una delle ultime battaglie della guerra civile: la battaglia di Sommariva Perno.  Un episodio oscuro, dimenticato, “una matassa ingarbugliata - come scrive Liliana Peirano - di cui mi è difficile trovare il bandolo, lo svolgimento e il finale”.
    Liliana Peirano è una scrittrice di Mondovì appassionata di storia e ricca di sensibilità. Il suo sforzo è stato encomiabile. Ha ricostruito, ha trovato testimoni, ha parlato con gli sconfitti superstiti, i “repubblichini" della Xa Mas e della Gnr, che nell'agguato di Sommariva Pemo ebbero morti, feriti, prigionieri (poi fucilati) e subirono una cocente umiliazione. Ragazzi: presente è un libro coraggioso, controcorrente, denso di pietà umana, che racconta fatti e malefatte della guerra civile: facendo rivivere quei ragazzi in camicia nera che sparirono nel nulla e “dando un'identità a quelli che dovevano restare dissolti nel nulla, senza volti, senza nomi, passati sulle colline e là rimasti”.
    Liliana Peirano, “Ragazzi: presente”, editore Ra.Ra., Mondovì 1998, pagg. 124, L. 25.000.
 
 
IL SOLE 24 ORE Quotidiano del 19 Luglio 1998

RECENSIONE DI:
RAGAZZI: PRESENTE di Liliana Peirano
Editore Ra.Ra., Mondovì 1998, pagg. 124, L. 25.000
APRILE '45: I GIORNI OSCURI DI BRA
Caterina Brero
 
 
   (...omissis...)
    ogni giudizio storico obiettivo chiede la conoscenza dei fatti, tutti i fatti, ed entrare nelle vicende umane sviscerandone ogni aspetto e ogni parte aiuta a raggiungere quell'equilibrio che smorza gli odi, i rancori e i giudizi e apre la strada alla comprensione, facendoci tutti più uomini, e più onesti.
    In questa storia ci sono, affiancati e comparati con i documenti partigiani, gli studi basati su documenti originali siglati dai protagonisti di allora, e testimonianze riportate con estrema chiarezza di dettagli nel libro di Liliana Peirano Ragazzi: presente. E ci sono le voci dei pochi sopravvissuti e di chi fu involontario spettatore del giustizialismo di quei giorni tra il 27 aprile e il 22 maggio 1945, data delle ultime esecuzioni, a guerra ormai finita.
    L'analisi dettagliata dei fatti locali prende il via dal 12 aprile 1945, quando il capitano Wessel, comandante tedesco dei presidio di Bra, firmò un patto di resa con il capitano Della Rocca, comandante della 12a divisione "Bra" delle formazioni autonome "Mauri", secondo il quale i tedeschi si impegnavano, in caso di occupazione della città da parte delle formazioni partigiane, a non intervenire, in cambio "dell'incolumità e di un trattamento umano". Il pomeriggio dello stesso giorno ci fu una prova generale di attacco contro il presidio repubblicano, a conferma degli impegni assunti la mattina dal comandante tedesco, che si attenne ai patti. La "prova" ebbe termine alla mezzanotte e furono uccisi sette repubblicani.
    Il giorno successivo lo stesso Wessel sollecitò dalla caserma Montegrappa di Torino l'invio di un reparto della Xa Mas, che giunse in serata a Bra, al comando del tenente Giovanni Biggio. Il 14, dopo l'arrivo in città da Cuneo di due reparti della Guardia nazionale repubblicana, il tenente Biggio ripartì per Torino via Sommariva Perno, ma i suoi 87 uomini più due ausiliarie - di ritorno alla loro hase e non in azione di rastrellamento secondo le fonti che abbiamo ascoltato - furono accerchiati dagli autonomi di Mauri, le brigate dei garibaldini e i gruppi "Giustizia e Libertà". Avvertiti, intervennero a loro sostegno i ragazzi della Gnr. Quelli che non morirono sul campo vennero fatti prigionieri e divisi tra le formazioni partigiane: i militi della Gnr furono poi uccisi sulle colline di Sommariva Perno e a Cuneo; il tenente Biggio e alcuni dei suoi uomini a Roreto di Cherasco.
 
Nella foto sopra: il muro del cimitero di Roreto di Cherasco (oggi si trova all'interno) dove, secondo la testimonianza di un sopravvissuto, il 10 maggio 1945 venne fucilato, con cinque suoi compagni, il tenente della Xa Mas Giovanni Biggio, catturato dai partigiani dopo la battaglia di Sommariva Perno, e sul quale si vedono ancora i segni delle sventagliate di mitra. 
 
    I racconti degli abitanti del paese testimoniano come sempre la lotta armata, di qualsiasi colore, non ha il volto della pietà. «Abbiamo cercato di soccorrere i feriti nei fossi», ricordano due ragazze di allora: Invocavano aiuto, chiedevano acqua, chiamavano mamma. Ci siamo munite di secchi per dar loro da bere, ma i partigiani ci hanno allontanate». Sommariva Perno, piccola realtà contadina non fa eccezione alla storia che anche per le camicie nere è breve quel giorno: feriti, pressati dal nemico buttano alla rinfusa abiti ed effetti personali e poco dopo finiscono coperti da quattro palate di terra, tutti insieme nelle fosse comuni intorno al paese. I conteggi ufficiali partigiani riportano automezzi e armi sequestrati, mentre troppi morti sono rimasti senza un nome fino ad oggi.
    In un utin vicino alla Zizzola, molto probabilmente furono tenuti prigionieri e poi uccisi i ragazzi della Gnr rimasti a presidiare la città e tra loro, senza alcun processo che ne stabilisse concretamente le reali responsabilità, anche alcuni civili. Quali furono le loro colpe? Forse, come stabilito dal piano E27 del Clnrp, "l'appartenenza a qualsiasi formazione volontaria di parte"? Chi e quanti furono esattamente gli uccisi alla Zizzola il 28 aprile 1945, come morirono, chi sono gli esecutori e chi i mandanti, se nel diario di Della Rocca sta scritto: "Il Presidente del Cnl fa le sue rimostranze per quanto avvenuto e declina ogni responsabilità personale del cln",? Il diritto alla verità pretende risposte chiare sopra tutto nel caso dei morti civili, ma se il tempo non ha saputo darne, ritengo e temo che nessun altro vorrà farlo.
    E sia pure, però alla fine di tutto resta solo un fatto: da cinquant'anni si piange sui morti di una parte, ma sarebbe giusto aprire simbolicamente anche le fosse in cui sono stati soffocati i cadaveri dell'altra parte. Tutti i morti di una guerra civile dovrebbero essere uguali e questo «mortificante silenzio crea un dilagare sotterraneo di rancore represso». Le madri e i padri che hanno perso i figli e le figlie, i figli che hanno perso i genitori sono identici a tutte le madri, i padri, i figli del mondo e di tutti i tempi, feriti nel dolore della morte e non si può negare loro il diritto, al di là di ogni rivendicazione o posizione politica, di ricordare, anche ad alta voce.
    Aspettare fino a quando i protagonisti di allora non ci saranno più? «Rimarranno ancora e sempre loro: i morti». E noi, vivi, che cosa stiamo aspettando per realizzare - pur senza dimenticare gli insegnamenti della storia - quella pace e quella fratellanza, quella libertà che, tanto proclamata, ci riempie la bocca, ma non il cuore?
 
 
GAZZETTA D'ALBA Quotidiano del 13 Maggio 1998

Brani dal libro INTEGRAZIONE "RAGAZZI PRESENTE" - PRIMO - PAGINE DI STORIA : LANGHE (Cuneo) Fatti bellici (1942-1945) nelle due versioni: partigiana e repubblicana di Liliana Peirano. Editore Ra.Ra., Mondovì 2001, pagg. 140, L. 30.000. Richiedere il libro Casa Editrice Ra.Ra. di Mario Ravotti  e C., Via Torino 14, 12084, Mondovì. Tel. e Fax 0174-567453 Si invia contrassegno franco di porto.
 
Pagine 59-61  MOLESTIE AL NEMICO
Pagine 62-63 AZIONI TACIUTE
Pagina 85 IL MAGGIORE MAURI
Pagina 108 ULTIMI PASSAGGI SIGNIFICATIVI DAL "DIARIO DELLA ROCCA"
Pagine 110-112 RIPIEGAMENTO DELLA 34a DIVISIONE LIEB
Pagine 116-117 RELAZIONI PARTIGIANE DALLA RELAZIONE DEL PARTIGIANO MANTILLERI DELLA 103A BRIGATA AMENDOLA (ARCHIVIO AMEDEO) 
Pagina 119 TESTIMONIANZE DEI MARINAI DELLA XA FLOTTIGLIA MAS LETTERA DEL MARINAIO CARLO CAROSSINO
Decima Flottiglia nostra...
 
  *** 
 
Pagine 59-61  MOLESTIE AL NEMICO
[Dall'archivio di Icilio Ronchi della Rocca Comandante della 12a Divisione Partigiana "Brà"]
 
Così vengono definite dal Cap. Della Rocca le azioni delle quali riporto un ridottissimo numero, quale esempio, e che rilevo dalle “relazioni periodiche” del Comando Divisionale 12° Bra (Archivio Della Rocca).
11 giugno 1944 - Eseguito un sabotaggio nella zona di Bra tagliando tutte le linee di comunicazione telefoniche e telegrafiche.
12 giugno 1944 - Prelevati alla stazione di S. Vittoria, in un vagone bestiame agganciato al treno Bra-Alessandria undici militi ferroviari e catturandoli tutti. Nove vennero tutti fucilati, nel tardo pomeriggio del 13 in zona periferica del comune di Sommariva Bosco.
Di questi, Beppe Delfino, passato tra i partigiani, viene ucciso, da un colpo d’arma partito accidentalmente a Pocapaglia il 26/6.
9 luglio 1944 - Azione America dei Boschi; vengono uccise quattro spie al soldo del nemico che si trovavano alla cantina America dei Boschi, tra cui un nostro collaboratore. Prima di sparare su quest’ultimo interveniva il padrone del locale implorando di smettere. Sparato ancora l’ultimo colpo al ferito, i cadaveri venivano caricati su di un carro e trasportati nei boschi e tutti sotterrati.
9 agosto 1944 - In cooperazione con elementi della 48 Brigata Garibaldi, fu fatto saltare il ponte sul Tanaro della strada Cherasco-La Morra.
10 settembre 1944 - Sabotaggio al ponte ferroviario sul Torrente Ricciardo tra Sommariva Bosco e Carmagnola.
27 settembre 1944 - In un’imboscata tesa nei pressi di Pollenzo una nostra pattuglia ha ucciso un capitano tedesco, un tenente e un soldato. Nessuna perdita nostra.
Bottino: 2 pistole Massimin, due pistole, un mauser.
12 novembre 1944 - In cooperazione con la Brigata Amendola, fu fatto saltare il ponte in cemento armato sulla Stura in modo da interrompere il transito tra Bra e Cherasco.
28 gennaio 1945 - Sottratti quintali 45 di grano dal Silos di Sommariva Bosco, che erano stati assegnati alle forze repubblichine.
28 gennaio 1945 - Alle 19.30, in Bra, nella trattoria “Stella Polare” dove si trovavano riuniti due militari tedeschi, una donna e un civile, facevano irruzione tre partigiani in divisa militare fascista e facevano fuoco uccidendo i due militari tedeschi, la donna e il civile.Uno dei militari germanici riusciva a far fuoco sui partigiani ferendone uno gravemente.
 
Segnalo i nomi dei due civili:
Rivetta Carlo di Vincenzo di anni 46 - res. Bra
Giordana Angela in Fea di anni 41 nata a Boves - res. Bra
 
2 marzo 1945 - Sulla strada Bra-Torino (presso le due province) in un’imboscata è stato catturato un camioncino con cinque uomini della RAU.
Risultato: tre ufficiali e due graduati uccisi; recuperate quattro armi e il camioncino.
8 marzo 1945 - Quaranta uomini della Brigata Bra hanno partecipato al combattimento di Santo Stefano Roero. 
11 marzo 1945 - Catturata e fucilata una spia nei pressi di Baldissero d’Alba.
13 marzo 1945 - Catturata un’informatrice della RAU e riconosciuta rea di denuncia a carico di partigiani. Fucilata.
15 marzo 1945 - Prelevati dai Silos di Ceresole d’Alba, quintali ottanta di grano accantonati dalle FF. AA. della repubblica.
19 marzo 1945 - Prelevata una spia alla Madonna del Pilone. Fucilata.
2 aprile 1945 - Due nostri patrioti uccidono un tedesco e ne feriscono gravemente altri due alla periferia di Bra.
9 aprile 1945 - Vengono prelevati in Bra 24 repubblicani del Battaglione contro carro della Divisione Littorio, giunti il 30 marzo da Busca. Colpo realizzato in collaborazione coi partigiani della Val Pesio del Comandante Cosa. Alcuni uomini della Val Pesio si diressero immediatamente nella camera dove dormivano tre tedeschi, mentre con gli altri si procedeva al disarmo dei repubblicani non consenzienti a partecipare alla vita partigiana, e al carico delle armi e munizioni. L’operazione si svolse con il massimo silenzio, permettendo la riuscita dell’azione con ottimi risultati. Furono catturati 3 cannoncini anticarro 47/32, due fucili mitragliatori, varie armi leggere, automatiche, moschetti mauser, e molte munizioni e bombe a mano. Nessuna perdita nostra.
 
 
Azione dal 10 al 20 Aprile 1945
 
14 aprile: Combattimento a Sommariva Perno contro un reparto della Xª Mas. Perdite nemiche fra morti, feriti e prigionieri: centoquaranta uomini, tre autocarri pesanti, una vettura due motocicli e il completo armamento.
 
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Pagine 62-63 AZIONI TACIUTE
 
[Presa visione di un esiguo numero di azioni di disturbo, riportate negli archivi ufficiali, mi occupo ora delle azioni taciute. NdA]
Dal diario di Don Delpodio 
Passati per le armi. Verso la metà di settembre 1944 vennero passati per le armi, dai partigiani garibaldini, quattordici repubblicani catturati a La Morra; i cadaveri gettati in un burrone che dai Chiappella guarda verso la casa Porazzo e Vignolo ed ivi interrati.
 
Con questo episodio parlo di un paese della Langa, poco menzionato dalla storiografia partgiana: Dogliani. Eppure proprio a Dogliani viene stampato, dalla 12ª Divisione Bra, “L’ALFIERE”, giornale di comunicazione e propaganda.
Chi sopperisce alla carenza di informazione sui fatti locali, è Don Delpodio, con i suoi chiarissimi e sintetici bollettini.
Schegge di storia in questi polverosi bollettini parrocchiali dove alcuni sacerdoti annotano i fatti, giorno dopo giorno, senza particolari velleità politiche o di parte, seppur con il distacco frettoloso, tipico delle annotazioni diaristiche. Don Delpodio torna a parlare dell’episodio sopra citato circa un anno dopo.
 
Le salme dei tredici Repubblicani. Ai primi di luglio del 1945 i tredici repubblicani, i cui nomi figurano nel foglio che ne descrive la fucilazione, avvenuta ai Chiappella di Valdibà, furono esumate e traslate nei loro paesi nei dintorni di Gualtieri (Gualtieri e paesi limitrofi, in Emilia) vennero di là i parenti in buon numero, accompagnati da un sacerdote, loro parroco, il quale attese sul luogo alla ricomposizione delle salme.
 
Chi erano i quattordici ragazzi uccisi sulla sponda del burrone?
Ragazzi di leva; il gruppo più consistente è emiliano, di Guastalla e dintorni. Vengono arruolati a Brescello, nel 1° Squadrone Cavalleria, dove apprendono i primi rudimenti militari, compreso un breve addestramento a cavallo.
La seconda tappa li porta a Bassano del Grappa, quindi sono trasferiti a Bra in provincia di Cuneo, il 4 agosto 1944. Comanda un reparto di 24 unità il S. Ten. Falchi.
Agosto: un mese di servizio militare in guerra, in un presidio all’apparenza calmo. 
Normali scambi di posta con i parenti.
 
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Pagina 85 IL MAGGIORE MAURI
 
 
Il Maggiore Enrico Martini (Mauri) Comandante le Formazioni Autonome, acquartierato nella zona delle Langhe dove, “nell’intrico dei loro boschi e dei loro valloni”, quelle fosse a poco a poco si riempivano, così scriveva: 
“Che festa è sulle Langhe la primavera; che meravigliosa festa l’autunno! D’autunno il sole le veste di una limpidissima luce dorata, mentre non di frequente salgono dalle bassure le nebbie lievi lievi, che si stendono uniformi tutt’attorno come un mare ad isolarle quasi un immenso scoglio. Variissima e stupefacente si fa allora nei boschi, nei campi, nei prati la gamma dei colori. D’autunno le Langhe celebrano la loro sagra secolare, la vendemmia. Qui, tra Cigliè e Dogliani, si coglie il dolcetto”.
 
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Pagina 108 ULTIMI PASSAGGI SIGNIFICATIVI DAL "DIARIO DELLA ROCCA"
 
27 aprile… Venerdì… arrivo di Ballard (capo della missione alleata) mi dice:
“La 34ª Divisione tedesca “Brandeburg” (sic), a pieno organico risale il Piemonte su due itinerari: 1° Murazzano - Narzole - Fossano; 2° Mondovì - Trinità - Fossano. Da Fossano itinerario unico per Savigliano - Carmagnola - Torino.
 
Solo Ballard è autorizzato a trattare la resa per conto degli alleati. Mi dà i seguenti compiti:
a) vietare in modo assoluto ogni attacco ai tedeschi da parte di qualsiasi formazione partigiana.
 
28 aprile - sabato: su richiesta di Ballard ho inviato Don Imberti a Fossano per far pervenire al Comandante della 34ª Divisione la comunicazione che: “se vuole entrare in trattative andrà da lui un ufficiale alleato con tutte le credenziali del Gen.le Clark”.
Risposta: “Niente trattative”; inoltre “se le colonne tedesche verranno attaccate dai patrioti o anche bombardate da aerei alleati, saranno rasi al suolo tutti i paesi che la Divisione incontrerà sul suo cammino”.
Metto al corrente Ballard di quanto è avvenuto a Narzole il giorno 26”.
 
I partigiani, nonostante le ingiunzioni degli addetti militari alleati, le perorazioni dei Parroci e Vescovi delle diverse Diocesi, continuano ad attaccare la colonna lungo tutto il percorso, gli aerei alleati a mitragliarla e i tedeschi a rispondere alle perdite subite con cruente quanto inutili rappresaglie che si abbattono sulla popolazione provata ed inerme. Sulle rappresaglie della Divisione Lieb in ritirata, la storiografia partigiana è stata oltremodo silenziosa.
Anche Della Rocca risulta estremamente conciso al riguardo. Mi fermo a una delle prime, quella di Narzole, menzionata nel suo diario.
 
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Pagine 110-112 RIPIEGAMENTO DELLA 34a DIVISIONE LIEB
                                                                                                                 
Il ripiegamento della 34ª Divisione ha inizio il 24 aprile 1945, con unità della R.S.I., lungo la strada statale “28” che, partendo dalla Liguria, porta a Torino. La Divisione prosegue fino a Ivrea dove il 5 maggio, avverrà la resa agli Alleati.
La rotabile “28”, è un assembramento di automezzi, uomini appiedati, truppe corazzate, carriaggi, salmerie, che sfilano ininterrottamente giorno e notte, giungendo a destinazione circa otto giorni dopo la partenza. Partecipa al ripiegamento, la Base “Mataluno” di piloti dei mezzi d’assalto di superficie della Xª Flottiglia Mas, che ammonta a circa venti uomini al comando del T.V. Gustavo Fracassini.
La consapevolezza della guerra perduta, per i marinai della Base Ovest, è davanti al loro mare, il 24 sera, quando il Comandante Fracassini ordina l’autoaffondamento dei mezzi.
 
“Era la fine. Furono aperti gli scarichi dei motori e disinnestate le prese dell’acqua di raffreddamento. Ma quelle barche sembravano vive e non volevano morire neppure dopo che furono fatte esplodere dalle bombe.
Il nuovissimo “512” finì i suoi giorni senza aver avuto l’onore del combattimento. Alla stessa ora, verso il tramonto, i Mas (Motoscafi anti sommergibili) lanciarono, senza acciarino, i loro siluri, e furono fatti saltare dopo che le loro bandiere erano state ammainate per l’ultima volta”(resoconto del Sotto capo Spertini).
 
Davanti a quel mare, i marinai lasciano la gioventù e un periodo essenziale della loro esistenza; stanchi e svuotati iniziano la ritirata, nel tragitto, una parte lascerà la vita per mano italiana.
 
La Xª Flottiglia Mas è l’unico corpo che l’8 settembre 1943 non ammaina la Bandiera e si schiera, al comando di Junio Valerio Borghese, a fianco dell’alleato germanico.
Nel ripiegamento, alla Xª Mas si unisce la Base tedesca comandata dal Ten. Heckner, composta da circa cento uomini della formazione mista denominata “Fanteria di marina”.
 
La colonna è così organizzata: un camion, un Lancia Tre RO, un pullman con a rimorchio un secondo Lancia Tre RO, una corriera.
Questa colonna che ha il compito di raggiungere Narzole, non ha percorso facile, in quanto i ponti di maggior transito sono stati fatti saltare in precedenza dai partigiani.
Il Magg. Ballard, della missione alleata, parla infatti della deviazione della 34ª Lieb su Narzole, e come precedentemente scritto, ordina di: “Vietare in modo assoluto ogni attacco ai tedeschi da parte di qualsiasi formazione partigiana”.
Nel contempo, il Comitato Militare Regionale Piemontese (C.M.R.P.) dirama l’ordine: di insurrezione partigiana nelle direttive del piano “E 27”. L’ordine, trasmesso in codice, “Aldo dice: 26 x 1” significa: “Attaccare alle una del giorno 26”.
La colonna arriva alle 7,30 circa del 26 aprile, nelle vicinanze di Narzole, proveniente da Benevagienna.
Narzole, paesino della Langa, a quindici chilometri dalla “S.S. 28” accoglie, il giorno 25, un elevato numero di partigiani diretti in pianura, i quali festeggiano, tutto il giorno e parte della notte, la “fine della guerra”, pernottando poi nelle case e nei casolari degli abitanti del luogo.
Si tratta di un contingente perfettamente equipaggiato in fatto di armamento.
“Il S.O.E. (Special Operations Executive) aveva sistematicamente rifornito (con i lanci) i partigiani di tutto il necessario in termini, di pezzi di artiglieria, granate, munizioni ed esplosivi”(da “The Bandits of Cisterna” di W. Pickering).
Ed è in questo contesto che viene a trovarsi la colonna tedesca in arrivo, la quale nelle vicinanze di Narzole lancia un razzo in direzione del concentrico, come avviso di passaggio, e per allertare l’eventuale presidio tedesco.
Il presidio veniva solitamente acquartierato nella caserma dei carabinieri; gli ufficiali trovavano ospitalità presso i privati.
Ma il giorno 26 il presidio non risponde all’appello.
Chi accoglie i tedeschi all’entrata del paese è la Brigata “Maruffi” della 14ª Garibaldi “L. Capriolo” composta quasi esclusivamente da elementi russi e slavi.
Dopo questa prima imboscata, che causa perdite nelle file germaniche, i militari proseguono verso il centro cittadino, dove sono fatti segno a colpi isolati provenienti dalle case. I tedeschi, ormai sul piede di guerra, prelevano lungo il tragitto gli ostaggi e sparano a qualsiasi cosa si muova.
All’incrocio con la strada per la frazione Moriglione si compie la rappresaglia: otto civili vengono uccisi.
Verso le 10 alla cascina Tolosan la colonna lascia liberi gli ostaggi per intervento del Ten. Fracassini e inizia il ritorno, priva di protezione, verso Benevagienna.
A 500 metri dall’abitato, viene effettuata la seconda imboscata da un gruppo di circa 25 partigiani della 103ª Brigata “Amendola” (autonomi di Mauri) attestati nel castello; e da una squadra di “Garibaldini” appostati a valle, oltre la strada.
 
Anche se i partigiani della Brigata “Amendola” amano attribuirsi l’uccisione del T.V. Fracassini, vista la dinamica dei fatti, i colpi che troncarono la vita al marinaio Gargiulo e al suo Comandante, provenivano dalla direzione in cui erano appostati i “Garibaldini”.
 
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Pagine 116-117 RELAZIONI PARTIGIANE
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DALLA RELAZIONE DEL PARTIGIANO MANTILLERI DELLA 103A BRIGATA AMENDOLA (ARCHIVIO AMEDEO)
 
Un gruppo di venti-venticinque partigiani si era piazzato a monte della salita per cui si accede a Benevagienna. Più a valle c’erano cinque o sei garibaldini che poi si allontanarono. Attaccammo quella colonna aperta da una macchina tedesca e formata da due camions, un pullman ed un autoblindo, con i nostri tre “bren” ad una distanza di non più di 50 metri, presente tra noi anche il comandante della Brigata, Col. Gancia…
… Lo scontro durò un’oretta e fu colpita specialmente la corriera. Ci dissero che dal pullman, carico di militi della Xª Mas non scese più nessuno e che i morti nazifascisti furono sedici. L’autoblindo però nel frattempo riuscì a passare ed un nostro partigiano restò ferito alla testa. Così ci ritirammo.
I nazifascisti disposero i loro morti e feriti sulla piazza di Benevagienna, ma nessuno volle restare all’ospedale per non separarsi dalla colonna che retrocedeva. Furono presi 50 ostaggi civili tra cui donne e bambini e trattenuti tutto il giorno sotto la minaccia delle mitraglie presso S. Sebastiano; tra questi una ragazza che fu impiegata come interprete.
A Magliano Alpi gli ostaggi furono liberati. In Benevagienna si ricordano tra i caduti tedeschi, il Comandante la colonna ed altri quattro suoi uomini del gruppo.
E’ ricordata la sepoltura di Gustavo Fracassini (Tenente di Vascello di anni 28 nato a Prato e res. a Firenze; Comandante dei reparti operativi speciali della Xª Mas) e di Ciro Gargiulo (Sotto capo di anni 20, nato a Napoli e res. a Genova) che furono sepolti a Magliano, presente il Gen. Lieb che, seduta stante, concesse alla memoria del Fracassini la Croce di guerra germanica di I° grado.
 
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Pagina 119 TESTIMONIANZE DEI MARINAI DELLA XA FLOTTIGLIA MAS
 
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LETTERA DEL MARINAIO CARLO CAROSSINO
 
Narni  Scalo 20/11/1945
Gent.mo Signor Fracassini,
sono un marinaio che ha vissuto vicino a vostro figlio, mio Comandante, gli ultimi suoi giorni terreni e ha presenziato alle onoranze funebri tributategli ed alla sua sepoltura. Cercherò quindi di raccontarvi tutto ciò, anche nei particolari.
Il giorno 26 aprile u.s. al mattino venimmo attaccati, sulla strada della ritirata da forze nemiche, ne segue un violento scontro.
Purtroppo il prezzo di sangue è stato tremendo per noi: il nostro Comandante colpito al cuore è caduto mentre si accingeva a contrattaccare il nemico; il Marò Gargiulo Ciro da Genova divideva la sua sorte.
Componiamo le salme sugli automezzi. In serata arriviamo a Magliano Alpi dove pernottiamo.
Una guardia d’onore è posta alle salme.
Il giorno dopo il Gen. Lieb (giunto da Mondovì dove, a Villa Nasi aveva la sede di Comando) conferisce alla memoria del Comandante la Croce di Ferro di 1ª classe, a Gargiulo la Croce di Ferro di 2ª classe.
Alle 18 del 27 aprile inumiamo i due valorosi nel Cimitero del Carmine, fraz. di Magliano Alpi, Comune di Mondovì, Provincia di Cuneo, alle fosse 58-59 oppure 59-60, ho segnato solo il numero 59, ma non so se in detta fossa sia stato inumato il Comandante Fracassini o il Marò Gargiulo.
Il Ten. Medico Magretti che nel frattempo aveva assunto il comando del reparto lascia una somma, credo al parroco del luogo, perché sia apposta un’iscrizione sulle tombe e sia celebrato un ufficio funebre.
Essi sono stati sepolti in casse di legno e secondo i riti della Chiesa cattolica romana. Estremo saluto: l’Inno della Xª Mas.
                                                                              
                                                                              Marò Carlo Carossino
 
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Dal libro INTEGRAZIONE "RAGAZZI PRESENTE" - PRIMO - PAGINE DI STORIA : LANGHE (Cuneo) Fatti bellici (1942-1945) nelle due versioni: partigiana e repubblicana di Liliana Peirano. Editore Ra.Ra., Mondovì 2001, pagg. 140, L. 30.000. Richiedere il libro Casa Editrice Ra.Ra. di Mario Ravotti  e C., Via Torino 14, 12084, Mondovì. Tel. e Fax 0174-567453 Si invia contrassegno franco di porto.

DOMUS